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[i Diari di Intramel]
Broken Music, ovvero l’Incredibile Storia di come una Buona Voce fu Sottratta alle Infide Maglie dell’Impostura e Riconsegnata a Sé Medesima
di Michele Piumini
(Diario della Traduzione apparso e discusso su Intramel
nel mese di febbraio del 2007)
Amici,
quello che state per leggere è un Diario prezioso, cui tengo tantissimo. Bello, avvincente, educativo nel senso più puro del termine; è un bignami di tutto quel che succede di buono e di cattivo nel mondo della traduzione, tra le righe del testo e tutt'intorno ad esso.
Leggendolo incontrerete tutti i topoi della fiaba moderna, il magico oggetto da trovare e salvare, il "villain" protetto da forze malefiche, il destino avverso e la magia di una fata buona che cerca di aiutare l'eroe virtuoso; scoprirete, più concretamente, la passione dei traduttori veri e la banalità dei "cocchi" di turno; scoprirete come sia tristemente vero quel che qui su Intramel cerchiamo di negare con tutte le nostre forze: che a volte, sì, la traduzione è una cerchia ristretta di raccomandati e pressappochisti, di padrini e figliocci. Ma scoprirete anche come, nel disgraziato mondo dell'editoria, ci siano ancora professionisti seri e bravi, persone disposte a fare salti mortali e a rischiare di persona pur di salvare un bel libro (e l'autore, e i lettori!) dandogli la dignità che gli spetta.
Questo diario, come dicevo nella presentazione dei giorni scorsi, è da amare in pieno anche per la sua qualità "bignamica" di riassumere tutti gli aspetti del nostro lavoro, e, "intramelianamente", di riunire in sé tutti i motivi di interesse dei vari diari che l'hanno preceduto: l'amore per la letteratura, la fortuna di una scoperta (Chiara), le porte che si chiudono, le delusioni e le speranze che si riaccendono (Maria Antonietta), il confronto emozionante e stressante con il testo e la corsa contro il tempo (Simona), l'attenta e minuziosissima caccia all'errore, errore spesso assurdamente macroscopico (Piero).
Ma un altro mio personalissimo motivo di amore per questo diario è proprio l'oggetto della traduzione, o meglio il soggetto: il sognatore delle tartarughe blu.
Sting non è solo "quello lì", il bravo cantante pop o l'intollerabile bonazzo miliardario e un po' snob con villa nel "Chiantishire" fotografato nelle riviste accompagnato da didascalie e commenti ironici sul sesso tantrico. Quella è solo la patina superficiale, e parecchio deformata, la maschera del personaggio. Gordon Mathew Sumner è soprattutto altro: una delle figure chiave del pop inglese moderno, non meno (e anzi, probabilmente molto più, permettetemi la bestemmia) di Sir Paul McCartney. Che poi possiate preferire altro al pop inglese (chessò, il noise o grunge americano, il punk), posso concedervelo, ma non si può negare che stiamo parlando di un genio, di un autore di classici assoluti della musica moderna, personaggio affascinante, eccellente autore di melodie, acuto scrittore già dalle liriche delle canzoni. Perché i brani dei Police, dietro alla facciata pulita e di facile presa, hanno profondità frattali di genio; prendete De do do do, de da da da, a prima vista il ritornello più imbecille mai concepito nella storia della musica, e poi leggete il testo intero: scoprirete che quel balbettio sono gli assegni lasciati senza firma nel caos di una mente. Scusate se è poco. Lo stesso potrebbe dirsi per le chitarre mesmeriche di Andy Summers, figlio prediletto di Sua Chitarrezza Robert Fripp (se questo nome non vi dice niente, andate a ripescarvi QUALSIASI cosa, di qualsiasi epoca, dei King Crimson, e poi qualsiasi cosa di qualsiasi ALTRA incarnazione della stessa band; oppure i lavori di Mr. Fripp con David Sylvian). Accordi semplici e fluidi che nascondono profondità spettrali e magiche. E la batteria di Copeland? Prendete qualsiasi brano (chessò, una "Walking on the moon") e ascoltate bene i "messaggi subliminali" (o forse semplicemente "sublimi") di ritmo che questo matto riesce a infilare tra i fotogrammi delle battute del brano. Sì, quei tichiti-tichititichi-titichiti maledettamente magnetici con i quali, facendo uso delle sue altre quattro mani, ma senza mai farlo pesare o notare (questa è ARTE: il piacere di strafare follemente e senza esibirlo) riempie gli spazi vuoti tra un battere e un levare.
Ma Sting, Sting è stato forse il primo artista rock che io abbia amato alla follia, conoscevo a memoria tutte le canzoni dei Police, dall'ingenua, curiosa rampogna alla prostituta Roxanne, "Told you once, I won't tell you again, it's a bad way" alla serratissima straniante "sleep trance, dream dance" di "Synchronicity", e ho sempre ammirato l'acume e l'ironia, lo humour agrodolce, così inglese, di questo ex insegnante di matematica figlio proletario di Shakespeare. Un genio della comunicazione, capace come pochi di conciliare la profondità del messaggio con la capacità di veicolarlo a folle oceaniche. Persone così ne nascono poche. Penso a McCartney, appunto, o da noi alla coppia Battisti/Mogol, a Battiato, De André. Gente che raggiunge il grande successo senza giocare con le corde più banali dell'animo umano, anzi, esaltando e tirando fuori il potenziale "genio percettivo" dell'ascoltatore. E scusate se è poco.
E com'è tipico di tutti questi artisti radioattivi, anche Sting ci ha modificati geneticamente, per sempre, scolpendo nel DNA culturale di tutti noi delle frasi perfette, piccole perle che racchiudono un mondo. Ne cito una per tutte, una semplicissima nella quale chissà quanti uomini al mondo si saranno rivisti, e che lo stesso Sting ama citare e ricitare in tanti altri suoi brani di quasi ogni suo album:
"Do I have to tell the story
of a thousand rainy days since we first met
It's a big enough umbrella
but it's always me that ends up getting wet..."
Il senso di tutto questo apparentemente inutile panegirico è: c'è da stupirsi che un bravo traduttore impazzisca dalla voglia di tradurre Sting?
Eppure, accade che qualcuno voglia tradurlo solo per via del sesso tantrico, del gossip, della villa in Toscana; accade che un traduttore mediocre possa intravedere il "colpaccio curriculare" e faccia carte false per accaparrarselo, smuovendo mari e monti (e che mari, e che monti)... ma Dio esiste, così dicono; o, più semplicemente, non tutte le ciambelle riescono col buco... per fortuna.
Ma questo lo scoprirete leggendo il fantastico Diario di Michele.
Giuseppe Iacobaci
moderatore di Intramel
CHI È MICHELE PIUMINI?
Michele Piumini nasce nel 1975 a Varese, ma ha sempre vissuto a Milano. Vive un'infanzia inusuale facendo da invidiatissima cavia a un noto autore di fiabe, e così a ogni morbillo o rosolia spera di veder arrivare Sakumal il pittore a dipingergli gli stralischi nelle pareti della cameretta: spighe di giorno, lucciole di notte.
Illudendosi come tanti di noi che la facoltà di Lingue lo aiuterà a imparare le lingue, la frequenta presso l'Università degli Studi, per laurearsi nel 2002. Se tornasse indietro sceglierebbe Filosofia o Psicologia, onde poter approfondire più agevolmente la sua insana passione per linguistica e scienze cognitive, coltivando al contempo in maniera autonoma l'amore per le lingue straniere. Le prime esperienze redazional-traduttorie risalgono agli anni dell'università: oggi ha abbandonato (quasi) del tutto l'attività di redattore, per dedicarsi alle traduzioni e all'insegnamento. Nonostante la giovine età ha già all'attivo una quarantina di titoli, di vario genere. Se costretto con la pistola alla tempia a scegliere i generi che preferisce, indicherebbe la letteratura per ragazzi e le biografie musicali (già, perché è anche un musicante da strapazzo). E, ovvio, possiede una sterminata collezione di dischi di Sting, Summers e Copeland, compresi diversi album che gli stessi giurerebbero, grattandosi il capo, di non aver mai inciso.
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I Diari di Intramel
Broken Music,
ovvero l’Incredibile Storia di come una Buona Voce fu Sottratta alle Infide Maglie dell’Impostura e Riconsegnata a Sé Medesima
di Michele Piumini
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Prima puntata
"It may seem a million miles away..."
'A Gordon Matthew Sumner, buona voce.'
Non è del tutto impossibile che qualcuno di voi possieda un libro recante questa dedica. A chi dovesse per caso averlo, rivolgo una domanda e una preghiera.
Domanda: sapete chi è Gordon Matthew Sumner? È un mistero che in ogni caso verrà presto svelato.
Preghiera: il libro in questione, da un certo punto di vista, prefigura simbolicamente la storia che mi accingo a raccontarvi. L’idea sarebbe comunicare solo alla fine autore e titolo, perciò acqua in bocca!
Preambolo, spero abbastanza breve. Broken Music, che non è il libro in questione di cui sopra, rappresenta un sogno che solo una decina d’anni fa non avrei osato accarezzare. A chi mi domanda quali siano le mie passioni, rispondo senza esitare, in ordine alfabetico: il linguaggio e la musica.
La prima passione (intesa sì come approfondimento delle lingue straniere, ma anche e soprattutto come esplorazione del linguaggio in quanto facoltà umana), almeno in parte, è presto spiegata: per motivi familiari, sono cresciuto in mezzo alle parole, scritte, lette, raccontate. Per motivi meno familiari (non saprei spiegarveli, pur conoscendomi da trentun anni), l’amore per le parole ha preso un’altra strada, più tecnica, per così dire. Per intenderci: ero uno di quei rarissimi esemplari di studente che affrontano con estatica e maniacale dedizione l’analisi logica, l’analisi del periodo e la disamina delle sottigliezze grammaticali, italiane, inglesi, greche o latine che fossero. Mi diverte molto ricordare le facce attonite dei compagni di classe alle medie e al liceo, facce simili a quelle, anni dopo, dei compagni d’università al corso di Logica: orrore! Io, studente di Lingue, avevo scelto di frequentare e sostenere un esame che tre quarti buoni degli studenti di Filosofia farebbero carte false per evitare! Una percentuale più o meno paragonabile a quella degli studenti di Lingue che si mantengono a debita distanza da Linguistica Generale, la materia in cui mi sono laureato. Chi le conosce, sa che si tratta di materie che in genere suscitano reazioni uguali e opposte: le adori o le detesti. Per inciso, erano gli anni in cui cominciavo a tradurre, e soltanto ora mi rendo conto di come, senza aver studiato quelle materie (e altre affini), probabilmente oggi non sarei qui, o quanto meno ci sarei arrivato con molta più difficoltà.
La seconda passione (intesa sì come ascolto di una gamma il più svariata possibile di musiche, ma anche come composizione e produzione di esperimenti musicali, nonché sperimentazione delle possibilità percussive e melodiche di oggetti, suppellettili varie e malcapitati amici/parenti) mi accompagna grosso modo da altrettanto tempo, e com’è naturale ha conosciuto la sua evoluzione. La musica che nel corso degli anni ho imparato ad apprezzare spazia dal jazz all’elettronica, dal folk alla cosiddetta “new age”, dal pop alle colonne sonore, dalla fusion alla taranta pugliese. L’amore a primo ascolto della mia vita musicale, però, è innegabilmente uno: Gordon Matthew Sumner. Non sapete perché agli esordi della sua carriera musicale assunse il nome d’arte di “Sting”? Potrebbe essere un primo motivo per leggere Broken Music, al quale finalmente cominciamo ad avvicinarci...
Broken Music è stato il primo – e finora più emozionante, come potete immaginare – di una (spero lunga!) serie di momenti che mi hanno permesso di unire le due passioni di cui sopra. Intendiamoci: la traduzione, come ogni forma di scrittura, è un processo musicale in sé. Quando però il testo che traduci è opera del tuo musicista preferito, voi mi capite: l’incontro-fusione dei due elementi raggiunge vette inebrianti.
Fatto sta che, correva il tardo 2003, vengo a sapere che Sting ha deciso di scrivere la sua autobiografia. O meglio: la storia dei suoi primi venticinque anni di vita, fino agli albori del successo. Ammetto la mia totale parzialità, ma non vi sembra un’idea mirabolante e coraggiosa, per una star del suo calibro? E qui gli cedo più che volentieri la parola, dai risvolti del libro:
'Having been a songwriter most of my life, condensing my ideas and emotions into short rhyming couplets and setting them to music, I had never really considered writing a book. But upon arriving at the reflective age of fifty, I found myself drawn, for the first time, to write long passages that were as stimulating and intriguing to me as any songwriting I had ever done.
And so Broken Music began to take shape. It is a book about the early part of my life, from childhood through adolescence, right up to the eve of my success with the Police. It is a story very few people know.
I had no interest in writing a traditional autobiographical recitation of everything that’s ever happened to me. Instead I was drawn to exploring specific moments, certain people and relationships, and particular events which still resonate powerfully as I try to understand the child I was, and the man I became.'
Sul secondo risvolto dell’edizione italiana, però, trovate solo il primo paragrafo:
'Ho passato la maggior parte della mia vita a scrivere canzoni, condensando idee ed emozioni in brevi distici in rima da mettere in musica, ma non avevo mai pensato seriamente di scrivere un libro. Alla riflessiva età di cinquant’anni, però, per la prima volta mi sono ritrovato a fissare lunghi brani sulla pagina, e ho scoperto che questo mi stimolava e mi affascinava quanto scrivere una canzone. E così Broken Music ha cominciato a prendere forma. È un libro sulla prima parte della mia vita: l’infanzia, l’adolescenza, fino alla vigilia del successo con i Police. Una storia che pochissime persone conoscono.'
Spero di avervi incuriosito abbastanza da ritrovarvi per la seconda puntata. Per ogni evenienza, ecco il primo risvolto dell’edizione italiana (questa volta farina del mio sacco):
'Broken Music, “brandelli di musica”: sono le parole con cui un’anziana signora inglese definisce i cacofonici esperimenti al pianoforte dell’irrequieto nipotino. Figlio di un lattaio e di una casalinga, il piccolo Gordon Sumner cresce a Newcastle nella dura realtà industriale degli anni Cinquanta. In fondo alla via in cui abita c’è un cantiere navale: Gordon è affascinato dalle gigantesche navi in costruzione, pronte a prendere il largo... Riuscirà anche lui a prendere il largo, a sfuggire alla morsa di una famiglia che può solo tarpargli le ali, alla cupa tristezza* di un padre che, pur tradito e abbandonato dalla moglie, continuerà ad amarla fino alla morte? Gordon cerca una via di fuga e trova una chitarra, ereditata da uno zio. È l’inizio di un sogno: “farcela”, liberarsi dalle catene della solitudine e sfondare nel mondo della musica. Un sogno che cresce inarrestabile fino ad avverarsi oltre ogni aspettativa: dopo mille tentativi, passi falsi e delusioni Gordon finirà per diventare Sting, uno dei musicisti più apprezzati dalla critica e amati dal pubblico internazionale degli ultimi venticinque anni, prima come leader dei Police, poi come protagonista di una folgorante carriera da solista al confine tra rock, pop, jazz e world music.'
* “Cupa tristezza”: non vi sembra ridondante? Chissà perché hanno così emendato il mio testo originale, che recitava “alla frustrazione di un padre”.
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Seconda puntata
"...but it gets a little closer every day."
Un... LIBRO... di... STING?
E non un libro qualunque: un’autobiografia! La sola idea – siamo tornati all’autunno del 2003 – mi manda in sollucchero, per molteplici e intuibili motivi. Metà dell’inglese che so l’ho imparato dalle sue canzoni, dalla sua voce: è anche merito suo se mi sono innamorato di questa lingua. Ma un intero libro... la semplice notizia mi getta in uno stato di stupefacente stordimento, una sorta di corto circuito che – parlo con il senno di poi – probabilmente mi impedisce di passare subito all’azione. Un ritardo che si rivelerà fatale, ma forse non tutto il male viene per nuocere, come vedremo...
Inizialmente, mi appago delle sperticate recensioni, spesso provenienti da oltreoceano, di chi ha già letto il libro, pregustando il momento in cui lo avrò fra le mani. Sono iscritto a una mailing list internazionale dedicata a Sting e Police, tutti parlano di Broken Music. Sarà lo stordimento di cui sopra, sarà che non ho mai avuto occasione di offrirmi personalmente per tradurre un particolare libro, fatto sta che passa un po’ di tempo prima che la lampadina si accenda, una notte, ricordo, nel dormiveglia.
Ehi, un attimo! Sting ama l’Italia: ci ha registrato gran parte degli ultimi album, passa gran parte dell’anno al favoloso Palagio di Figline Valdarno, comprato per chissà quanti miliardi... Fosse solo per questo, qualche editore italiano avrà pure deciso di pubblicare il libro! DEVO TRADURLO IO!
Passo immediatamente all’azione. Il mattino dopo, mi attacco a internet e scovo l’editore inglese di Broken Music. Senza perdere tempo, gli e-scrivo la situazione, scongiurandolo civilmente di dirmi se qualche editore italiano (e quale?) ha già acquistato i diritti. Nel frattempo, sguinzaglio James, un amico americano conosciuto grazie alla mailing list, alla ricerca di informazioni utili. Riusciamo in qualche modo a reperire gli estremi del rappresentante editoriale (o qualcosa del genere) di Sting in America. Il fido James prova a telefonargli, pronto a fingersi una sorta di mio addetto alle relazioni editoriali con l’estero. Tuut-tuut-tuut.
'Shit, Mick, the line’s always engaged!'
L’editore tarda a rispondere al mio appello. Siamo nel periodo della Fiera di Francoforte: una controllatina al sito, l’elenco degli editori che espongono... bingo, c’è anche lui, ecco lo stand! Solo che non ho la possibilità di andare a Francoforte... Pochi mesi fa sono stato al Literaturfestival di Berlino: sono rimasto in contatto con una delle organizzatrici, la gentilissima Miriam, so che andrà a Francoforte. Le scrivo, affidandole con tutto il cuore la missione di indagare presso lo stand: quale editore italiano ha acquistato i diritti di Broken Music? Il tempo passa, i miei complici in America e Germania fanno il possibile ma ogni secondo è prezioso...
In quel periodo, oltre a tradurre per editori vari, ero ancora collaboratore interno della redazione Oscar Mondadori. Nominalmente lo sono tuttora, ma ormai mi dedico (quasi) esclusivamente alla traduzione e all’insegnamento. Fatto sta che ho un’idea: chiedere aiuto e consiglio a un (allora) editor degli Oscar, persona di rara disponibilità. È la svolta: le indagini all’estero, malgrado gli sforzi di James e Miriam, per un motivo o per l’altro si rivelano infruttuose, ed è l’editor a darmi la risposta che cercavo.
Broken Music uscirà in Italia per la... Mondadori, collana Varia (quella che, per intenderci, pubblica le barzellette di Totti, i comici di Zelig e il Libro dell’Isola dei Famosi, oltre a testi meno seri quali quelli firmati da un noto ex premier). Vale a dire l’ufficio accanto a quello dei collaboratori Oscar, nel quale lavoro.
Purtroppo, però, sono arrivato tardi: la traduzione è già stata assegnata, da poche settimane.
Avessi pensato prima a cercare dietro l’angolo...
Be’, almeno ci ho provato, mi dico. La sconfitta brucia, ma cerco di mettermi il cuore in pace: se mai Sting scriverà la storia dei suoi secondi venticinque anni, non mi farò cogliere impreparato. Quanto a Broken Music, non voglio sapere chi lo tradurrà e non leggerò la traduzione: leggerò l’originale e quello soltanto, ecco.
Non mi resta che tornare ai lavori redazionali nei quali all’epoca ero impegnato, ormai certo che il sogno sia sfumato una volta per tutte.
Invece...
I collaboratori interni degli Oscar, dovete sapere, hanno a disposizione una serie di tavoloni addossati l’uno all’altro e (pochi ) computer. Non esistono postazioni fisse, vige incontrastata la legge della giungla: chi primo arriva meglio alloggia, lo spazio va conquistato con le unghie e con i denti. Un mattino come tanti, capita che mi trovi seduto di fronte a una redattrice (d’ora in poi “la Nostra”) degli Oscar che mesi prima era stata chiamata a sostituire la caporedattrice della Varia (d’ora in poi “la CR”), entrata in maternità. Ebbene, la scelta del traduttore di Broken Music è avvenuta mentre era la Nostra a detenere il comando. Comprensibilmente preoccupati di trovare un professionista di vaglia, quelli della Varia si erano rivolti a un “grande vecchio” del giornalismo musicale italiano (chiamiamolo “il Veterano”), che oltre a scrivere per svariate riviste pubblica e traduce libri musicali. (Con quali esiti? Ci torneremo.)
Ecco quindi che entra in scena un personaggio cardine della storia. Il Veterano *raccomanda* caldamente alla redazione un altro (pare) giornalista musicale, suo caro amico. È a quest’ultimo (che chiameremo alternativamente “il Nostro” o “lo Straduttore”) che viene assegnato, a mo’ di prova, il primo capitolo di Broken Music. Ed è la Nostra a valutare la sua prova. La promuove con riserva, raccomandandogli però di dedicare più cura al resto della traduzione...
Ma torniamo a quel mattino come tanti. La CR ha ripreso il lavoro, dopo aver dato alla luce (scoprirò più tardi) la sua seconda bimba. La vedo arrivare dall’ufficio accanto.
'Senti, Nostra,' la sento dire alla mia dirimpettaia 'per Sting...'
Il resto della frase mi sfugge, tanto impetuosamente mi sento avvampare dalla testa ai piedi. Non resisto più, la frustrazione è troppa: sono a dieci metri dalla redazione in cui stanno preparando l’edizione italiana di Broken Music, non posso restare con le mani in mano... Lascio che la CR si allontani (non la conosco ancora, se non di vista), mi avvicino con discrezione alla Nostra e la metto a parte del mio dramma. E qui la Nostra prende un’iniziativa che la assolve (parzialmente) dall’aver promosso lo Straduttore. Vedendomi così spasmodicamente interessato al libro, e sapendomi traduttoredattore, mi accompagna dalla CR, alla quale mi premuro di presentarmi come persona informata sui fatti. La CR mi ribadisce che la traduzione è già stata assegnata al Nostro, il cui curriculum – evidentemente irresistibile (aggiungo io) – ha ottenuto l’approvazione ufficiale di Sting (o chi per esso, più probabilmente). In ogni caso, la CR si offre di contattarmi una volta ricevuta la traduzione dallo Straduttore, per un’esperta revisione. Accetto senza pensarci due volte, naturalmente: non è quello che sognavo, il mio nome non comparirà, ma caspita!
Attenzione: è solo a questo punto che compro il libro. Il sogno di tradurlo sembrava irrimediabilmente svanito, leggerlo subito avrebbe probabilmente riaperto la ferita, preferivo aspettare. Ora, però, la situazione è cambiata.
Il mio non è un giudizio obiettivo, ci mancherebbe. Per farla breve, è un libro straordinario, apprezzabile, credetemi, da chiunque, fan dell’autore o no. Già sappiamo della scelta di limitarsi ai primi venticinque anni: non è un libro per musicisti addetti ai lavori, ma un appassionante romanzo di vita. Inutile dire che, per gli estimatori come me, è una manna dal cielo. Difficile raccontare l’emozione di scoprire pagina dopo pagina l’origine delle canzoni che ti accompagnano da quasi vent’anni: più di una volta, i versi sono ripresi letteralmente e camuffati nella prosa, quanto basta per essere scovati solo da chi li conosce a memoria. Per non parlare della sincerità, ora ironica, ora commossa, con cui Sting si mette a nudo. Sono in molti ad accusarlo di essere il tipico anglosassone algido e snob: quale migliore bersaglio – una rockstar multimiliardaria, così ricca, così fascinosa, così inglese – per gli strali dell’invidia, quel diffusissimo vizio tanto umano quanto odioso? Leggano Broken Music, poi ne riparliamo.
Passano i mesi, arriva l’anno nuovo. Doveva essere metà febbraio, quando la CR mi manda a chiamare.
'È arrivata la traduzione. Abbiamo letto il primo capitolo e l’abbiamo trovato un po’ legnoso, ci piacerebbe che gli dessi una sistemata.'
Com’è giusto che sia, non conoscendomi ancora professionalmente, prima di darmi il via ufficiale mi chiede due o tre pagine di prova. Armato di matita e penna rossa, mi getto nell’impresa. Stremato, arrivo alla fine della terza pagina. Legnoso? Eccome se è legnoso. Chiaramente, vista l’importanza dell’opera, devo lavorare di fino, non posso limitarmi allo stretto indispensabile. Non ci sono errori madornali (dulcis in fundo, come si suol dire, dove “in fundo” vale il resto dell’opera), ma è la quintessenza della legnosità: dopo il mio passaggio, le tre pagine sono ridotte a un campo di battaglia indecifrabile o quasi. Prevedendo l’aggrottamento sopracciliare nel quale la CR si produrrà alla vista di un tale sfacelo, provvedo a ristampare le pagine in questione con i miei interventi già applicati. Il mio lavoro viene approvato: si parte.
Argh. Se c’è un motivo per il quale negli ultimi anni tendo a fare sempre meno editing, è questo: come si fa a stabilire un confine tra revisione e ritraduzione? Non esiste una risposta univoca, fatto sta che, abituato a tradurre come sono, il mio primo istinto sarebbe quello di tirare una riga generale e ritradurre da cima a fondo. Ma non è questo che si chiede al revisore: occorre saper distinguere fra gli interventi davvero necessari e quelli che rientrano nel regno delle preferenze personali. In altre parole, il lavoro del traduttore va rispettato, riconoscendo la legittimità delle sue scelte anche quando non coincidono con le tue.
E io ci provo con tutte le mie forze, a rispettare il lavoro del Nostro...
Comincio ad addentrarmi nel primo capitolo. La prassi vuole che il revisore segni i propri interventi su una copia cartacea della traduzione. Ebbene, dopo un paio di giorni mi arrendo all’evidenza: è umanamente impossibile. La ragnatela di segni che ingombra le pagine farà inorridire chi dovrà inserire i miei interventi nel file, senza contare che andando avanti così non finisco più: ho poco più di un mese a disposizione, e le pagine sono quasi 340.
Chiamo la CR, la quale ha il buonsenso di autorizzarmi a intervenire direttamente sul file: il tempo stringe, e in ogni caso ormai si fida di me. Mi sbarazzo della matita e, procedendo direttamente a video, arrivo boccheggiando alla fine del primo capitolo.
Il primo capitolo è effettivamente legnoso, per usare un monumentale eufemismo. Sarebbe da ritradurre da cima a fondo, beninteso, ma in confronto al resto...
Il primo capitolo, ricorderete, è quello che lo Straduttore ha tradotto come prova, vuoi vedere che...
A partire dal secondo...
Non ci sono parole. O meglio ci sono, ma non servono, i fatti parlano da soli. Fatti ai quali è interamente dedicata la prossima puntata.
Prima di darveli in pasto, qualche ultima annotazione preliminare.
Man mano che mi inoltro nella mostruosità partorita dal Nostro, mi rendo conto che nemmeno l’intervento diretto sul file è più un’opzione praticabile. Per rientrare nei tempi, e per salvarmi il fegato, dovrei ritradurre il libro.
Ebbene, cominciato il quarto capitolo chiedo e ottengo di poter proseguire ritraducendo. In pratica, la differenza è una sola: finora ho sovrascritto sulle scempiaggini dello Straduttore, tenendo buone quelle rarissime soluzioni che ha azzeccato; ora posso riempire pagine bianche. Tiro un sospiro di sollievo. Sollievo relativo, dal momento che devo tradurre tre quarti di un libro ma ho a disposizione solo il tempo previsto per la sua revisione. Ma volete mettere? Così è mille volte meglio: il ritmo di lavoro è massacrante, ma alla fine, in un modo o nell’altro – sì! – sto traducendo il libro di Sting. Essendomi però ormai chiaro come la “straduzione” del Nostro sia un oggetto epocale nella sua ignominia, ho l’accortezza di tenerla di fianco al computer mentre procedo, con i risultati che vedrete.
C’è un’altra richiesta che, a questo punto, trovo giusto formulare alla CR. Visto che, a tutti gli effetti, quella che uscirà sarà la mia traduzione, non mi pare eccessivo pretendere che il mio nome, in qualche modo, compaia. La CR – che, come ormai comincerete a intuire, è una delle persone più professionalmente corrette con le quali abbia avuto a che fare nella mia carriera – è d’accordo. Il mio nome comparirà. In che modo? Se eravate già membri di Biblit quando mi sono iscritto, forse lo ricordate. Se siete mie allieve, acqua in bocca. Se avete il libro in casa, idem.
In ogni caso, godetevi lo spettacolo.
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The simple facts of the matter are this: after a night of torrid and in my case, to be honest, rather inexpert love-making with my new ‘friend’, I have decided in the interests of romance and local pride to show Megan the magnificent view at the mouth of the Tyne. Below the eleventh-century abbey on the cliff top is a narrow causeway leading up to a roughly circular headland, where gun batteries that had defended the river since the time of the Spanish Armada, through the Napoleonic Wars and against the threat of German invasion in the twentieth century, have been replaced by a rather fine car park. While less imposing than the artillery emplacements, the car park does maintain, as I said, a magnificent view of the twin piers and their respective lighthouses, which sit like sentinels on either side of our famous river. However, the Spanish Battery, having lost its strategic, defensive importance, is still celebrated locally as a ‘snogging pitch’, where the steamed-up windows and the gentle rocking of cars on their chassis, under the moonlight and the ruined abbey, are merely the outward signs of a thriving fertility cult that has probably been celebrated covertly on this site since old King Oswald was a lad. Well, at least that was the pseudohistorical guff I was feeding Megan to get her to come down here in the first place.
I fatti sono questi. Dopo una notte di torridi e per quanto mi riguarda decisamente impacciati amoreggiamenti con la mia nuova “amica”, ho deciso, nell’interesse del romanticismo e dell’orgoglio locale, di mostrare a Megan il meraviglioso panorama alla foce del Tyne. Sotto l’abbazia del XI secolo in cima alla scogliera c’è una stretta strada selciata che sale fino a un promontorio grossomodo circolare, dove la batterie di cannoni che avevano difeso il fiume ai tempi dell’Armada spagnola, durante le guerre napoleoniche e fino al XX secolo contro la minaccia dell’invasione tedesca, sono state sostituite da un parcheggio piuttosto ben fatto. Benché meno imponente di una postazione d’artiglieria, il parcheggio offre ancora, come dicevo, una meravigliosa vista sui moli gemelli e sui rispettivi fari, ritti come sentinelle su entrambi i lati del nostro illustre fiume. A ogni modo la Batteria Spagnola, pur avendo perso la sua importanza strategica e difensiva, è celebrata dalla gente del posto come il “campo da petting”, dove i vetri appannati e il lieve dondolio delle auto alla luce della luna e dell’abbazia in rovina sono solo i segni esteriori di un prosperoso culto della fertilità qui furtivamente praticato, probabilmente, sin da quando il vecchio re Oswald era ragazzo. Be’, questa almeno è la balla pseudostorica che ho raccontato a Megan per convincerla a venire qui.
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Terza puntata
"Every Little Thing He Does Is Tragic"
Legenda:
O = originale
E = errata
C = corrige
Parentesi quadre: note esplicative
@ SEGUITO DA TESTO IN MAIUSCOLO: chiose aggiunte oggi
Non tradotti (o comunque non consegnati) capitolo 12 ed Epilogo, per un totale di 41 pagine del volume.
@ SÌ, AVETE LETTO BENE.
- errori con i “falsi amici”. Dove ci si accorge dell’inadeguatezza del termine italiano, si “risolve” il problema mettendolo fra virgolette:
O: Entrepreneur
E: Interprete
C: Impresario
O: Ingenuity
E: Ingenuità
C: Ingegno
O: Finally
E: Finalmente
C: Alla fine
O: In fact
E: Infatti
C: In realtà, di fatto
O: My youngest sister is still at school and the only dependent remaining.
E: Mia sorella più piccola frequenta ancora la scuola e ormai è l’unica “dipendente” che è rimasta.
C: La mia sorella più piccola va ancora a scuola, ed è l’unica persona rimasta a loro [dei genitori] carico.
- semplificazioni indebite:
O: I was a grassy knoll theorist even then. [Si parla dell’omicidio di Kennedy]
E: Ero già un teorico del complotto.
C: Già allora ero un teorico della collinetta erbosa.
[Una delle teorie sull’omicidio, secondo la quale un secondo cecchino sparò a Kennedy da dietro una collinetta erbosa.]
- parole non tradotte:
Cicadas (cicale)
U-boat (sottomarino)
Our basic Portuguese
Il nostro portoghese basic
(Il nostro portoghese elementare)
- nomi geografici non tradotti pur esistendo il corrispondente italiano:
Darling Mountain Range
La Darling Mountain Range
(La catena dei Monti Darling)
Cornwall (Cornovaglia)
- viceversa, nomi propri tradotti senza alcuna logica:
@ ATTENZIONE! APOTEOSI NUMERO UNO. STING PARLA DI UN AMICO D’INFANZIA, DESCRIVENDONE L’ABBIGLIAMENTO. AI PIEDI, IL RAGAZZINO INDOSSA
Winkle Picker (boots)
@ OVVERO GLI “STIVALETTI WINKLE PICKER”, QUELLI A PUNTA CHE PORTAVANO I BEATLES, PER INTENDERCI. IL NOSTRO, EVIDENTEMENTE PREOCCUPATO DI TRADURRE OGNI SINGOLA PAROLA PIÙ CHE OGNI SINGOLO CAPITOLO, VA A CERCARE 'WINKLE', VA A CERCARE 'PICKER' ED ESTRAE DAL CILINDRO UN AUTENTICO COLPO DI GENIO:
I cosiddetti “estrai littorine”
@ SI NOTI IL “COSIDDETTI”: FORSE HA INTUITO CHE QUALCOSA NON FUNZIONA, MA ARRIVARE A CORREGGERSI È CHIARAMENTE UNO SFORZO INTELLETTUALE IMPROPONIBILE.
East Coast (USA)
Costa orientale
(East Coast)
– mancato riconoscimento di termini tecnici, spesso usati metaforicamente dall’autore, tradotti male o più o meno letteralmente:
O: Bright chromium headlights on stalks (auto)
E: Fasci di cromature sulle leve
C: Sfavillanti proiettori cromati in rilievo
O: Fault line (termine geologico)
E: Serie di errori
C: Linea di frattura
O: Sea change
E: Mare di cambiamenti
C: Inversione di rotta
- mancato riconoscimento di espressioni idiomatiche o locuzioni, tradotte più o meno letteralmente:
O: Some hope! I still haven’t come close to having sex.
[Il giovane Sting ha appena visto un manifesto che mette in guardia dalle malattie veneree.]
E: Ho una speranza! Non ci sono ancora andato vicino al sesso.
C: Magari! Sono ancora ben lontano dal sesso.
O: ‘It’s eyes down for a full house, Mr Secretary. Please, the switch.’
[Il presidente di una sala del bingo chiede al segretario di accendere la macchina con le palline dei numeri.]
E: 'Rivolgete il vostro sguardo alle cartelle del bingo. Signor segretario, per favore, l’interruttore.'
C: 'Diamo inizio alle danze, signor segretario. L’interruttore, prego.'
[“Eyes down for a full house” (Lett. “occhi puntati sul full”) è un’espressione usata dai croupier al banco del poker per dare inizio alle partite. Equivale a un 'cominciamo!'.]
O: The task in hand
E: Il compito che ho tra le mani
C: Il compito che mi aspetta
O: On the wrong side of fifty (età)
E: Nel lato sbagliato dei cinquanta
C: Che ha superato i cinquanta
O: Ever-so-slightly askew (parrucchino)
E: Come sempre quasi di traverso
C: Impercettibilmente storto
- confusione del would usato per formare l’imperfetto dei verbi con il would condizionale:
O: These recordings would send me into innocent paroxysms of joy
E: Quei dischi mi avrebbero spinto verso l’innocente parossismo della gioia
C: Quei dischi mi provocavano innocenti accessi di gioia
O: We’d start with rolled newspapers
[Parla della madre che gli insegnava ad accendere il fuoco nel camino.]
E: Avremmo iniziato con dei quotidiani arrotolati
C: Cominciavamo con dei quotidiani arrotolati
O: I would seek out the pleasure of his company more often than the others
E: Avrei cercato la sua piacevole compagnia più spesso rispetto a quella degli altri
C: Mi godevo [lett. cercavo] la sua compagnia più spesso di quella degli altri
- errori di traduzione:
a. vocaboli, locuzioni:
O: Hindsight
E: Introspezione
C: Senno di poi
@ “INTROSPEZIONE”, GUARDA CASO, SI DICE “INSIGHT”. CHE ALLO STRADUTTORE MANCASSE ANCHE QUALCHE DIOTTRIA?
O: West
E: Est
C: Ovest
O: Beneath
E: Dietro
C: Sotto
O: North London
E: A nord di Londra
C: Nella zona nord di Londra
O: By this time
E: A partire da ora
C: A questo punto, ormai
b. frasi o paragrafi che gli errori rendono insensati (sarebbe bastata una rilettura per rendersene conto):
O: We both wilt visibly at the sight of the grim institution at the end of the drive, but this does give me the opportunity to escape into the throng of students even though I FEEL LIKE RUNNING BACK with her all the way to Wallsend.
E: Entrambi ci ammosciamo visibilmente alla vista della macabra istituzione alla fine del viale d’accesso, ma questo mi da l’opportunità di eclissarmi nella calca degli studenti, anche se mi sento come se corressi a casa con lei.
C: Ci ammosciamo entrambi alla vista del sinistro palazzo alla fine del vialetto, ma questo mi dà l’opportunità di tuffarmi nella calca degli studenti, anche se vorrei tornare di corsa a Wallsend con lei.
O: OTHER THAN playing and listening to music, I would while away my late afternoons and evenings...
E: Invece di suonare o ascoltare musica, buttavo via i pomeriggi e le serate...
C: Oltre a suonare e ascoltare musica, buttavo via i pomeriggi e le serate...
[NB: Nella pagina precedente parla di quanto gli piace suonare il basso con gli amici.]
O: I’m a little shaken by this, TO SAY THE LEAST. ‘What exactly do you mean, er, Miles?’
E: Sono sconvolto e riesco solo a dire: “Che cosa vuole dire esattamente, ehm, Miles?”.
C: Sono un po’ scosso, per usare un eufemismo [Letteralmente: a dire il meno]. 'Cosa vorrebbe dire, ehm, Miles?'
O: Deborah had become a surrogate for my mother’s longing...
C: Deborah, con i suoi desideri, era diventata un sostituto di mia madre...
E: Deborah era diventata un surrogato per le carenze affettive [lett. i desideri] di mia madre...
O: We find ourselves up to our knees in the flood
E: Ci alziamo sulle ginocchia nella piena
C: Ci ritroviamo con l’acqua alle ginocchia
O: Coming on at 8 a.m. to take over from the night shift
E: Entrando alle otto di mattina per uscire all’arrivo del truno di notte
C: Entrando alle otto di mattina per subentrare al turno di notte.
O: We believed that our enthusiasm and passion would blind the audiences to our total lack of contemporary style
E: Noi pensavamo che, con l’entusiasmo e la passione, avremmo potuto far dimenticare alla gente qualsiasi musica contemporanea
C: Eravamo convinti che l’entusiasmo e la passione avrebbero nascosto alla gente la nostra totale mancanza di stile contemporaneo
O: We don’t have anything as sophisticated as an export carnet, so the band gear will have to be loosely disguised as camping equipment.
E: Non abbiamo cose così sofisticate da aver bisogno di un carnet d’esportazione e così l’attrezzatura della band verrà fatta passare come un equipaggiamento da campeggio.
C: Un lasciapassare doganale è un documento decisamente troppo sofisticato per noi [Lett. non abbiamo nulla di così sofisticato come un lasciapassare doganale], perciò dovremo in qualche modo camuffare l’impianto come attrezzatura da campeggio.
@ ATTENZIONE, SECONDA APOTEOSI! IL GIOVANE STING PARLA DELL’ATTRICE FRANCES TOMELTY, CHE STA PER DIVENTARE LA SUA PRIMA MOGLIE.
Against her better judgement, Frances agrees to marry me.
@ VALE A DIRE: “CONTRO OGNI LOGICA/BUONSENSO, FRANCES ACCETTA DI SPOSARMI”. IL NOSTRO, GIUDICANDOLO FORSE TROPPO INSIPIDO, DECIDE DI ARRICCHIRE IL PERSONAGGIO CON UN TOCCO DI SCHIZOFRENIA:
Contro il suo parere, Frances accetta di sposarmi.
@ A QUESTO PUNTO, PREPARATE I FAZZOLETTI. PARLIAMO DI MILES COPELAND SR., PADRE DI STEWART COPELAND (BATTERISTA DEI POLICE). MILES, CHE ERA TRA I FONDATORI DELLA CIA, OPERAVA IN LIBANO, SIRIA ED EGITTO.
(After the Dead Sea Scrolls were found in a cave near Qumran in 1947, they were sent to the CIA office in Damascus.)
Miles senior and his fellow spies couldn’t make much sense of them in the tiny, dimly lit office, so they took the first of the scrolls at hand up on to the roof, to get a better look. They had just unrolled the mysterious 2,000-year-old document from end to end on the flat, scorching concrete when a strong wind picked up and blew the fragile parchment into the air and across the rooftops of Damascus...
@ ECCO IL CAPOLAVORO DEL NOSTRO. NON OCCORRE CHE AGGIUNGA LA TRADUZIONE CORRETTA.
Miles senior e i suoi scagnozzi non riuscivano a tirarne fuori molto in quell’ufficio piccolissimo e poco luminoso, così presero il primo dei manoscritti e lo srotolarono tenendolo con le mani appeso al soffitto per averne una visuale migliore. Avevano appena srotolato il misterioso documento di duemila anni prima da una parte all’altra dell’appartamento, quando fecero letteralmente una volata a causa di un forte colpo di vento che sollevò la fragile pergamena portandola lungo tutti i tetti di Damasco...
O: If the charges against him had stuck, he would then have been court-martialled by the US Army and most likely incarcerated for a long time. As it was, he was proved innocent, and the delays in the trial made certain that he would not make his second tour of that ravaged country. This probably saved his life.
E: Se le accuse contro di lui si bloccarono, venne comunque processato dalla Corte marziale dell’esercito degli Stati Uniti e molto probabilmente incarcerato per molto tempo. [@ IL PERIODO IPOTETICO QUANDO SI IMPARA: IN PRIMA SUPERIORE? SECONDA?] Visto che lo era, [@ VISTO CHE ERA COSA? COOSAAAA??!!&%XX£!!] venne dimostrata la sua innocenza, e i ritardi nel processo gli permisero di non fare un secondo viaggio secondo in quel paese devastato. Questo probabilmente gli ha salvato la vita.
C: Se le accuse contro di lui avessero retto, sarebbe stato portato davanti alla corte marziale dall’Esercito degli Stati Uniti, e molto probabilmente incarcerato per parecchi anni. Sta di fatto che fu dichiarato innocente, e il prolungarsi del processo rese impossibile un suo ritorno in quel paese devastato. Questo probabilmente gli salvò la vita.
O: I thought my father would have been more pleased than he was.
E: Credo che mio padre fosse più contento di quanto ha dimostrato.
C: Pensavo che mio padre sarebbe stato più contento (di quanto fu).
O: Phil Sutcliffe introduces us, the room erupts, and we can’t seem to put a foot wrong.
E: Phil Sutcliffe ci presenta, la sala esplode e non possiamo permetterci un passo falso.
C: Phil Sutcliffe ci presenta, la sala esplode e da quel momento va tutto a meraviglia. [Letteralmente: sembra che non riusciamo a fare un passo falso.]
- lacune nella resa in italiano:
a. stile legnoso, troppo letterale e ridondante:
O: I’m not claiming that any kind of prescience about the future is at work here, but there is something in the driven and compulsive nature of this obsession that is unusual, something in the unconscious saying, ‘This is how you escape. This is how you escape’.
TRADUZIONE: Non sto dicendo che erano al lavoro tutte le forme di preveggenza possibili, ma c’era qualcosa nella natura compulsiva di questa ossessione che era inusuale, qualcosa come se fosse l’inconscio a dirmi, “Solo così puoi evadere, solo così”.
TRADUZIONE RIVISTA: Non dico di avere una qualche precognizione del futuro, ma c’è qualcosa di insolito nella natura compulsiva di questa ossessione, qualcosa di inconscio che mi dice: 'È la tua via di fuga. È la tua via di fuga'.
O: Perhaps there is some large element of the instinctual competition between alpha males here, but it is only in seeing my father’s spirit aroused in this way that I realize, after I have calmed down, that I am falling more deeply in love with Megan than I had ever intended.
T: Forse qui c’è qualcosa in più della competizione istintiva tra maschi alfa, ma è solo dopo aver visto il risveglio del morale paterno che mi sono reso conto, dopo essermi tranquillizzato, di essemi innamorato di Megan più profondamente di quanto avessi intenzione.
TR: Sarà la competizione istintiva tra maschi alfa, ma è solo vedendo risvegliarsi i bollenti spiriti di mio padre che mi rendo conto, dopo essermi tranquillizzato, che mi sto innamorando di Megan molto più di quanto volevo.
O: There’s a sound like a starting pistol in the tiny room.
T: All’improvviso c’è un rumore come quello della pistola dello starter, ma in una piccolastanza.
TR: Un colpo improvviso nello stanzino, come la pistola di uno starter.
O: My brother, who works the milk rounds with my father and whom I’ve been closer to than anyone in my family and is my greatest supporter, has now adopted the air of someone getting on with the real business of life, and not ‘gadding’ after pie-in-the-sky notions of stardom and the high life.
T: Mio fratello, che fa il lattaio insieme a mio padre e al quale sono più attaccato che a qualsiasi altro nella mia famiglia ed è il mio più grande sostenitore, ha ora adottato l’atteggiamento di qualcuno che sta entrando in contatto con il vero senso della vita, uno che non “bighellona” dopo i capricci campati in aria di celebrità e di bella vita.
TR: Mio fratello, che lavora con mio padre alla latteria, l’elemento della famiglia a cui sono più vicino, il mio primo fan, ora ha assunto l’aria di chi ha capito quali sono le cose importanti della vita e non passa il suo tempo a inseguire vane speranze di celebrità e lusso.
b. scarsa attenzione ai tempi verbali:
O: Her prayer seemed to have been answered.
E: Sembra che la sua preghiera sia stata esaudita.
C: A quanto pare la sua preghiera era stata esaudita.
O: I have decided ... (to show Megan the magnificent view at the mouth of the Tyne).
E: Avevo deciso...
C: Ho deciso...
c. vocaboli inglesi tradotti con un significato (o in un registro) inadatto al contesto. La sensazione è quella del traduttore automatico:
O: Quaffing
Sbevazzare
(Godersi, sorseggiare)
O: ‘Flash’ (agg. riferito ad automobili)
“Smargiasse”
(“Fiammanti”)
O: Bait
Pappatoria
(Pausa pranzo)
O: Rack (su cui sono disposti i numeri estratti al bingo)
Rastrelliera
(Vassoio)
O: I was smitten in a way that was totally novel to me.
[Sting parla del suo appassionato amore per una ragazza di nome Megan]
Venivo castigato in un mondo che mi risultava del tutto nuovo.
(Ero innamorato in un modo completamente nuovo.)
O: Ian Copeland has by now cobbled together a string of East Coast dates
Ian Copeland, al momento, ha abborracciato una serie di date sulla costa orientale
(Nel frattempo Ian Copeland ha messo insieme una serie di date sulla East Coast)
- “licenze traduttorie” incomprensibili o ingiustificate:
O: If he raises two digits...
Se alza due “diti”...
(Se solleva due dita...)
O: ‘Less is more’ (“etica musicale” di Sting)
“Meno è meglio”
(“Meno è più”)
- errori grammaticali:
@ SEDETEVI...
O: It is as if I have to...
È come se io debba...
O: As if the English band [...] is introducing...
come se questa nuova band inglese [...] stia inventando...
- lacune nell’ambito musicale: mancato riconoscimento di termini tecnici e titoli di opere, tradotti approssimativamente o in modo sbagliato:
@ RICORDATE CHE LO STRADUTTORE, PARE, È UN GIORNALISTA MUSICALE.
O: Paul’s bass played ‘two to the bar’ [Si parla di Love Me Do dei Beatles.]
E: Il basso di Paul suonato semplicemente
C: Le note del basso di Paul ogni due quarti
[Love Me Do è in 4/4: le note di basso occupano il primo e il terzo quarto di ogni battuta, da qui “two to the bar” (“due a battuta”).]
@ UNA LACUNA DA NIENTE, STIAMO SEMPLICEMENTE PARLANDO DEL PRIMO SINGOLO DEI BEATLES. AMMESSO E NON CONCESSO CHE UN SEDICENTE ESPERTO DI MUSICA IGNORI IL SIGNIFICATO DI “TWO TO THE BAR”, BASTA ASCOLTARE I PRIMI CINQUE SECONDI DELLA CANZONE PER CAPIRLO: DUM-PAUSA-DUM-PAUSA...
O: I have to recognize the tune within two bars and busk the changes through to the middle eight until the next key change.
E: Devo riconoscere il brano nel giro di due battute e prendere a orecchio gli accordi a metà dell’ottava fino al seguente cambio di tonalità.
C: Devo riconoscere il brano nel giro di due battute e capire al volo gli accordi del middle eight fino al prossimo cambio di tonalità.
[“Gli accordi a metà dell’ottava” non ha alcun senso. Il middle eight, chiamato anche bridge, è una parte della canzone, spesso di otto battute, che sta fra la strofa e il ritornello (da qui middle eight, “otto di mezzo”).]
O: B flat
E: sol bemolle
C: si bemolle
[NB: il sol bemolle corrisponde al fa diesis, e così è quasi sempre indicato.]
O: Hi-hat (batteria)
E: Piatto
C: Charleston
O: Lead (chitarra)
E: Corda
C: Cavo
O: Brahms’ Lullaby
E: Una serenata di Brahms
C: La Ninna Nanna di Brahms
@ CON LA QUALE VI AUGURO LA BUONANOTTE.
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If there is something disingenuous about the two of us forming a punk band (for this is the unspoken subtext for everything that we have discussed so far), there is also something deliciously subversive about it. Flying a flag of convenience while the doors of the fortress that is the music business have been torn open would suit my purpose and method as much as it would his. Stewart wants to call the band the Police. I hate the name, but say nothing. He plays me a couple of songs he has written, recorded roughly on a home tape recorder, tailored musically and lyrically to fit the new dispensation, and while they seem generic and vacuous, what excites me is his energy, his brash Yankee spirit of ‘can-do’. He shows me a feature about himself in ‘Sounds’. There is a picture of him behind his enormous kit and below it a letter ostensibly from a fan asking, ‘Who is this brilliant new drummer with Curved Air and what equipment does he use?’ There follows a CV and the specs on his Tama kit.
‘Do you know who wrote the letter?’ he asks rhetorically, and before I can even shrug he answers himself, smiling like a big greedy cat. ‘I did. It got my picture in the paper. It’ll also get me a free kit from Tama.’
Se c’è un che di innaturale nella prospettiva di formare una punk band con lui (perché è questo il sottinteso di tutto ciò di cui abbiamo parlato finora), c’è anche un che di irresistibilmente sovversivo. Sventolare la bandiera della convenienza quando le porte della fortezza del music business sono state spalancate si adatterebbe al mio scopo e al mio metodo, così come al suo. Stewart vuole chiamare la band Police. Il nome mi ripugna, ma non dico niente. Mi fa ascoltare un paio di canzoni che ha scritto, malamente registrate in casa, con parole e musica confezionate su misura per il nuovo corso, e se da un lato mi sembrano superficiali e vuote, dall’altro mi entusiasma la sua energia, il suo spirito yankee del “possiamo farcela”. Mi mostra uno speciale su di lui apparso su 'Sounds'. C’è una sua foto dietro l’enorme batteria e, sotto, una lettera apparentemente scritta da un fan, che chiede: 'Chi è questo eccezionale nuovo batterista dei Curved Air e che strumentazione usa?'. Seguono biografia e dettagli della sua Tama.
'Sai chi ha scritto quella lettera?' mi chiede, e prima ancora che io possa scrollare le spalle si risponde da solo, sorridendo come un micione goloso: 'Io. Ci ho guadagnato la foto sulla rivista. E presto mi arriverà una Tama in regalo'.
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Quarta puntata
"Truth Hits Everybody"
'Qualora la traduzione contenesse, a esclusivo giudizio della Casa editrice, errori di interpretazione o insufficienze stilistiche e/o espressive rispetto agli standard qualitativi della stessa Casa editrice e che quindi fosse necessaria un’adeguata revisione, il costo di tale revisione verrà detratto dal compenso sopra indicato.'
Chi di voi già traduce sa che i contratti di traduzione contengono una (sacrosanta) clausola di questo tipo. Prima di imbarcarmi in questa avventura, l’esperienza personale di revisore e i racconti dei colleghi mi avevano convinto che si trattasse di lettera morta o poco più.
Mentre ritraduco Broken Music, tengo costantemente aggiornata la CR sui mirabolanti exploit del Nostro. Ebbene, bastano un paio delle perle che vi ho mostrato per farle prendere una decisione: per la prima volta nella sua carriera, applicherà la clausola di cui sopra. Intendiamoci: non è per i soldi che mi sono gettato a capofitto nell’impresa, ma è un riconoscimento che certo non mi lascia indifferente. Onde giustificare allo Straduttore la detrazione del compenso, la CR ha bisogno di un nutrito e circostanziato campionario dei suoi “errori di interpretazione o insufficienze stilistiche e/o espressive”. Naturalmente si rivolge a me, e vi lascio immaginare il mio sommo godimento nello stilare il florilegio dal quale è interamente tratta la puntata precedente. Si noti che avrebbe potuto essere lungo il triplo: per ragioni di spazio (le “prove” gli arriveranno via raccomandata) sono costretto a limitarmi.
Rileggendo oggi le gesta del Nostro, vi confesserò che non riesco a trattenere un bonario sorriso. Ho il cuore tenero, cosa volete: sotto sotto mi sono un po’ affezionato alle sue scempiaggini. All’epoca, però, lo stato d’animo era ben diverso.
Buon per me che l’argomento del libro è quanto di più entusiasmante io possa sperare, ma ciò non toglie che, grazie allo Straduttore, ho passato un mese a sgobbare davanti al computer quasi ininterrottamente, procurandomi dolori alla schiena che ci metteranno almeno un altro mese a darmi tregua. In altre parole, l’emozione provocata dal tradurre le parole di Sting non offusca per un solo istante la mia consapevolezza della situazione. Questo misto di euforia e indignazione, unito alla necessità di preservare la mia sanità mentale, mi induce a scrivere una lettera aperta al Nostro. Non gliela spedirò mai, naturalmente, ma ho un bisogno disperato di sfogarmi, e gli amici che passano a trovarmi in quei giorni si sganasciano dalle risate sentendomela recitare con la foga che potete intuire. In esclusiva per voi, eccone uno stralcio:
'... evidenti dubbi e lacune che non hai risolto, oppure hai risolto in modo molto fantasioso, facendo finta di niente e sperando che i tuoi slanci di fantasia passassero inosservati. Be’, sei capitato male. Ti sei premurato di segnalare in grassetto i passaggi su cui hai avuto delle difficoltà, come se fossero solo quelli. Sei stato così volonteroso da provare a tradurne alcuni (con esiti sui quali stendiamo un velo pietoso), mentre altri li hai direttamente copiati in inglese. Una commovente dimostrazione di umiltà, se non fosse per un piccolo particolare: evidentemente non ti hanno mai spiegato che il traduttore, se ha dei dubbi, è pagato per risolverli, non per scaricarli su chi avrà in mano il suo lavoro. Non capisci un passaggio o non sei in grado di tradurlo? Be’, ciccio, svegliati, chiedi aiuto a un amico anglofono o a un amico italiano che, a differenza di te, sappia l’inglese, fai ricerche su internet, sbattiti un po’. Oppure prova a rileggere il paragrafo, che magari capisci di cosa cazzo stai scrivendo. Per tradurre non basta il dizionario, ci vuole la testa.
Hai mai sentito parlare dei “falsi amici”? Non ne dubitavo. Se li conosci li eviti, come si suol dire. Sono quelle fastidiosissime parole di una lingua A che assomigliano tanto a parole di una lingua B ma che, ahimè, brutte trappolone cattivone, significano tutt’altro, sempre o in quel particolare contesto. Qualche esempio a caso: “entrepreneur” significa “impresario”, non “interprete”; “finally” significa “alla fine”, non “finalmente”; “ingenuity” significa “ingegno”, non “ingenuità”. Bene, tu hai una mira straordinaria: non ne manchi uno.
Se ignori il significato di una parola, tu adotti una tecnica rivoluzionaria. Se assomiglia a una che conosci, la traduci come quella (“hindsight” è diverso da “insight”, se non vedi le lettere comprati un paio di occhiali). Se non lo è, sbuffi, apri il dizionario, trovi la parola, ti metti una mano davanti agli occhi e piazzi l’indice dell’altra su un punto a caso della definizione. Fidandoti del tuo istinto soprannaturale, decidi che quello è il significato giusto. Il fatto che il risultato dell’operazione sia una frase che non significa un cazzo non ti tange minimamente.
La prosa di Sting non è semplice, ma il tuo inglese è ben al di sotto del livello richiesto per traduzioni molto più elementari. Non te l’ha ordinato il dottore di fare il traduttore, se non sei capace fai altro, è il mestiere più sottopagato che ci sia.
Il problema è che tu non solo non sai l’inglese, ma sei incapace di scrivere in un italiano decente. “È come se io debba”. Complimenti, davvero. Una castroneria del genere varrebbe un 4 in un tema in prima superiore. Tu, invece, ti spacci per traduttore ai massimi livelli.
Non solo: vuoi passare per traduttore musicale. La nota B? È il sol, naturalmente. Il basso di Paul McCartney in Love Me Do suonato “two to the bar”? Cosa mai vorrà dire? “Semplicemente”, ovvio! Ritenta, sarai più fortunato: potrei anche spiegarti cosa significa “due a battuta”, ma ho di meglio da fare. Mai sentito parlare della Ninna Nanna di Brahms? Cosa te lo chiedo a fare, se traduci “Brahms’ Lullaby” con “UNA serenata di Brahms”? E che dire del povero “middle eight”, autisticamente trasformato in una fantomatica “metà dell’ottava”? Facci un favore: vai a nasconderti. Il traduttore automatico di Google farebbe di meglio.'
Il mio nome sul libro, si diceva. Posto che procedere a una sostituzione del traduttore in corso d’opera è fuori discussione (ricorderete che lo Straduttore ha ricevuto il beneplacito ufficiale), occorre pensare a qualcos’altro. Inizialmente, sondo la possibilità di comparire come cotraduttore. La CR promette di sollevare la questione con i superiori, ma lascia da subito intendere che l’idea potrebbe rivelarsi problematica. È lei, e non finirò mai di ringraziarla, a concepire quella che sarà la soluzione definitiva. Così clamorosa che io non avrei osato non dico proporla, ma nemmeno immaginarla.
Traduzione del Nostro
Versione italiana a cura di Michele Piumini
Nel caso vi stiate domandando se una cosa del genere si sia mai vista, la mia risposta è: non lo so, ma lo trovo estremamente improbabile, almeno quanto l’esistenza di un film i cui titoli d’apertura recitino “Regia di Tizio, Direzione attori a cura di Caio”. Certo, non mi fa piacere che il mio lavoro esca a firma di un personaggio simile, ma da un altro punto di vista, considerate le circostanze, forse è meglio così.
In primo luogo, di fronte alla dicitura “Traduzione di X e Y” il lettore è portato a pensare che X e Y si siano spartiti il libro, o che – per l’amor del cielo! – abbiano collaborato.
In secondo luogo, comincio a sospettare che questa soluzione, nella sua lampante inconsuetudine, abbia il potere di instillare nel lettore il dubbio che ci sia sotto qualcosa di strano.
Manca una settimana all’uscita dell’edizione italiana di Broken Music, quando il mio sospetto si dimostra felicemente fondato. Come spesso accade in occasione delle più importanti novità editoriali, questa o quella rivista se ne aggiudica l’anteprima. Nel nostro caso, è L’Espresso a pubblicare un ampio stralcio della mia traduzione di Broken Music, con tanto di lancio in copertina, fotografie e, soprattutto, scheda del volume. Non tutte le riviste citano il nome del traduttore dei libri recensiti: un plauso all’Espresso, dunque. Ebbene, all’interno della scheda del volume compare la dicitura di cui sopra, per giunta (probabilmente per motivi di spazio) senza le parole “a cura”.
Qualche giorno dopo, ricevo un’e-mail di un’amica traduttrice, che da tempo mi consiglia di iscrivermi a Biblit, una comunità virtuale di traduttori. Le ho promesso di farlo, ma pigro come sono continuo a rimandare. L’amica, già biblitiana, mi inoltra il messaggio di un’altra iscritta che ha letto l’anteprima di Broken Music sull’Espresso ed è rimasta perplessa di fronte al “traduzione di/versione italiana di”. Cosa vorrà dire, domanda quest’ultima (che non conosceva né me né la storia che vi ho raccontato) ai biblitiani, che il Nostro ha lavorato coi piedi e questo Michele Piumini ha rimesso in sesto la sua traduzione? Bingo!
Il 19 aprile 2004, esattamente una settimana prima che esca il libro, mi iscrivo a Biblit: se già c’eravate, forse ricordate che mi sono presentato proprio riassumendo per sommi capi la storia che qui si conclude, salvo una serie di felici e imprevisti strascichi ai quali sarà dedicata l’ultima puntata.
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We wait until the session is over and we are driving back into town before anything is said.
‘I know what you’re thinking.’
‘Really, Stewart? What am I thinking?’
‘You’re thinking that Andy is the guy we’re looking for.’
‘Why, don’t you think so?’
‘Well, yes and no.’
‘I understand yes, but why no?’
‘Well, he can certainly play, but...’ He chooses his words carefully. ‘It’s a question of image.’
He knows I’m going to bristle here and go off on one of my rants about music versus fashion, but I bite my tongue and say nothing.
‘Henry has the right image.’
‘Henry can’t play.’
‘He can play.’
‘Stewart, you play better guitar than he does, and you’re crap.’
Stewart, ever the patient diplomat, tries a whole different approach. ‘Andy’s a whole decade older than we are.’
‘Yes, but strangely enough he looks younger than both of us.’
‘Then it’s just a question of image.’
‘Stewart, believe me, I love Henry as much as you do. He saved all of our lives, for fuck’s sake, but we’re not going to get any farther than we have unless the fucking music improves, and I don’t want to be in Cherry’s band for the rest of my life.’
‘No, Sting, nor do I.’
'So cosa stai pensando.'
'Davvero, Stewart? Cosa sto pensando?'
'Stai pensando che Andy è quello che cerchiamo.'
'Perché, tu no?'
'Be’, sì e no.'
'Capisco il sì, ma perché no?'
'Be’, sa certamente suonare, ma...' Sceglie le parole con cura. 'È una questione d’immagine.'
Sa benissimo che questo mi farà rizzare i capelli, e che ora attaccherò con una delle mie deliranti filippiche sulla musica e la moda, ma mi mordo la lingua.
'Henry ha l’immagine giusta.'
'Henry non è capace di suonare.'
'È capace.'
'Stewart, tu suoni la chitarra meglio di lui, e fai schifo.'
Stewart, paziente e diplomatico come sempre, tenta un approccio diverso. 'Andy ha dieci anni più di noi.'
'Sì, ma per qualche strano motivo sembra più giovane di tutti e due.'
'Allora è solo una questione d’immagine.'
'Stewart, credimi, io voglio bene a Henry quanto gliene vuoi tu. Ci ha salvato la vita, cazzo, ma non faremo mai un fottuto passo avanti se la musica non migliora, e io non voglio restare nella band di Cherry per tutta la vita.'
'No, Sting, nemmeno io.'
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Quinta puntata
Titoli di coda
Un breve passo indietro. Proprio mentre comincio a “rivedere” il capolavoro dello Straduttore, il provvidenziale editor degli Oscar mi convoca nel suo ufficio, per propormi la traduzione di un libro che, lui pensa, potrà interessarmi. Mi accomodo. Mi piazza in mano un piccolo cofanetto: The Little Box of Beatles, di Alan Clayson, un volume per ognuno dei Fab Four, biografie aggiornatissime (fino alla morte di George Harrison, per dire). Trattengo a stento un ululato di giubilo: i Beatles sono la mia seconda passione musicale, conosco a menadito le loro canzoni, le suono da anni, saltellando da uno strumento all’altro. La scadenza è molto larga, perciò ho tutto il tempo di dedicarmi a Broken Music. Quasi commosso, mi profondo in increduli ringraziamenti e, proteggendo il cofanetto neanche fosse il Santo Graal, esco dall’ufficio camminando a un metro da terra. Il titolo italiano, se vi interessa, è The Beatles Box.
Uscito Broken Music, avverto l’urgente necessità di informare quanti più connazionali stingomani mi è possibile sui retroscena dell’edizione italiana del libro. Ho la fortuna di essere in contatto con l’ideatore e gestore di un fanclub dedicato, che dopo anni di inseguimenti, appostamenti, viaggi e ricerche è riuscito a diventare amico personale di Andy Summers e Stewart Copeland, nonché conoscente di Sting. Al fanclub fa capo una mailing list, da lui scritta e inviata a intervalli irregolari a un cospicuo indirizzario di fan. Ebbene, grazie a lui centinaia di persone ricevono una breve sintesi della storia che vi ho raccontato: non trattandosi di traduttori, mi limito a un resoconto generale, ma riesco comunque a suscitare un certo interesse. In particolare, vengo contattato da un’assistente universitaria di Salerno (collaboratrice di una professoressa di inglese presso la facoltà di Scienze Politiche), incuriosita dal “nutrito elenco di castronerie” del Nostro che ho promesso di fornire a chi ne faccia richiesta. Diventiamo ottimi amici e, un anno dopo, vengo invitato a tenere un seminario intitolato “Translation and Political Correctness” all’università di Salerno. È la mia prima esperienza di insegnamento.
Un paio di mesi dopo, la CR mi convoca per offrirmi la traduzione di Jim Morrison–Life, Death, Legend, una meticolosa biografia del leader dei Doors scritta dal giornalista americano Stephen Davies. Non sono un fan dei Doors, ma accetterei più che volentieri, se solo non mi aspettasse un’estate insieme al Beatles Box. Alquanto a malincuore, mi trovo costretto a rifiutare l’incarico, perché non sarei obiettivamente in grado di tradurre il libro entro i tempi richiesti. Passa l’estate, sono in dirittura d’arrivo con i Beatles. Sapendomi beatlesiano sfegatato, gli Oscar mi propongono di tradurre Grapefruit, un libriccino di Yoko Ono. È un testo abbastanza ridicolo, che qui non merita particolari approfondimenti. Si rivela comunque divertente da tradurre, o quanto meno rilassante e non troppo impegnativo, malgrado le pretese poetiche: un sudoku intermedio. Nel frattempo, la CR mi richiama: Jim Morrison è stato affidato al Veterano e a un suo sodale, già compagni di traduzioni. I due, però, sono in ritardo sulla tabella di marcia, e non riusciranno a consegnare in tempo. Il libro è suddiviso in tre parti: sarei disponibile a tradurre l’ultima? Certo: ora ho la possibilità di dedicarmici, dal momento che i deliri di Yoko Ono filano via sostanzialmente lisci e rapidi. È un libro davvero ben scritto, la vicenda mi appassiona: tanto più che, traducendo l’ultima parte, toccano a me gli ultimi giorni parigini e la morte di Jim. Sono stato a Parigi, di recente: visitando il cimitero di Père Lachaise, mi sono fermato con una certa emozione di fronte alla sua tomba. Ma torniamo alla biografia: terminata la traduzione della terza parte, un’amica redattrice della Varia, che sta seguendo l’operazione, mi propone di rivedere le prime due, quelle di cui si sono occupati il Veterano e il suo sodale. Accetto, accidenti a me. Ma anche in questo caso, forse, *in hindsight*, è stato meglio così. Dopo l’affaire Broken Music, mi è umanamente impossibile non avere il dente avvelenato, ma faccio comunque appello a tutta l’obiettività di cui sono capace: le doti traduttorie dei due – chi l’avrebbe mai detto? – sono *appena* migliori di quelle dello Straduttore. Mancano cristallini lampi di genio neofuturista come gli “estrai littorine”, ma il lavoro abbonda comunque di errori grossolani (la California State University scambiata per lo Stato della California) e legnosità macroscopiche. Con una particolarità: in veste di traduttore, il Veterano ritiene suo dovere imprescindibile abbellire il testo originale, aggiungere un tocco personale, insomma, lasciare il segno. Che Veterano sarebbe, se no? Un solo esempio: un semplicissimo “to” con valore finale, da rendere con “per” senza pensarci due volte, viene tradotto come segue: “con il precipuo scopo di”. Serve altro? Essendo io in questo caso il revisore, però, sono tenuto a non superare il fatidico limite fra editing e ritraduzione. Va da sé che il testo andrebbe ritradotto, ma non è questo che mi si chiede. Risultato? Dopo il mio intervento, le prime due parti sono accettabili, ma comunque assai lontane da quella che io considero una buona traduzione. A questo punto, per la seconda volta si pone il problema di come il mio nome apparirà sul libro. Che appaia è sicuro, lo si è chiarito preliminarmente: io sono cotraduttore a tutti gli effetti. La questione è un’altra: non riconoscendomi nella versione italiana delle prime due parti (da me semplicemente rattoppata), trovo sensato esigere che, in qualche modo, sul frontespizio venga specificato quale parte ho tradotto io. Se ciò non fosse possibile, preferisco che il mio nome non compaia: fortunatamente, per la mia carriera, non ho bisogno di vedere affiancato il mio nome a quello del Veterano. Esprimo le mie esigenze alla redazione: mi faranno sapere. Si avvicina la chiusura del libro: l’amica redattrice mi informa che, per motivi diplomatico-editoriali, entrambe le soluzioni da me prospettate (specificazione della parte da me tradotta ovvero omissione del mio nome) risultano problematiche. È lei stessa a suggerire quella che sarà la soluzione definitiva: Michele, perché non usi uno pseudonimo? L’idea mi diverte non poco e mi convince. Cosa mi invento? Per cominciare, tento di anagrammarmi, ma il nome d’arte meno inverosimile che riesco a sfornare è Emile Chiumpini (figuratevi gli altri). Scartati gli anagrammi, il pensiero corre ai miei due migliori amici: prendo il nome dell’uno, ci attacco il cognome dell’altro, li modifico leggermente e... signore e signori, ecco a voi Ivano Castiglione, traduttore in terza della biografia morrisoniana!
Qualche mese fa, negli Stati Uniti e in Inghilterra, è uscito One Train Later, l’autobiografia di Andy Summers, ex chitarrista dei Police. Un’altra indescrivibile emozione musical-letteraria, per noi cultori. Inutile a dirsi, io e l’amico del fanclub stiamo forsennatamente cercando un editore italiano interessato a comprare i diritti e pubblicarlo, naturalmente facendolo tradurre a me. Lo stesso Summers è al corrente dei nostri sforzi: se l’impresa va in porto... non aggiungo altro, per il momento, per scaramanzia.
E se non avessi perseguito fino all’ultimo la speranza di tradurre Broken Music? E se quel giorno, alla redazione degli Oscar, non avessi assecondato quello scatto d’orgoglio? Ora sapete quante cose *non* sarebbero successe (sperando che sia solo l’inizio). La morale è chiara, e non scopro certo l’America: coltivate i vostri sogni, anche quando le possibilità si riducono a un flebile lumicino. Solo così, magari con un pizzico di fortuna, lo straordinario lavoro del traduttore può diventare molto più di un lavoro: un orizzonte potenzialmente sconfinato di esperienze totalizzanti, di quelle per le quali vale la pena di tirarsi giù dal letto la mattina.
Nel 1993, mio padre pubblicò un libro: “Motu-Iti, l’isola dei gabbiani”. Siccome Sting era già il mio artista preferito, e siccome all’epoca facevo ascoltare a mio padre alcune sue canzoni – traducendogli i testi (da lui vigorosamente apprezzati) – lo dedicò “a Gordon Matthew Sumner, buona voce”.
Un giorno, non importa quando, Gordon Matthew Sumner riceverà la copia che gli spetta, e se i miei calcoli sono esatti la buona voce lo accoglierà con gratitudine.
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I would attend neither of my parent’s funerals. I would tell myself and my close friends that I was afraid that the tabloid press would turn the events into a degrading circus, that my grief was a private matter and not a photo opportunity, that I’d said good-bye to my parents while they were still breathing, and what possible difference would throwing a handful of soil on a coffin make to them or me? Part of me still believes this to be true, and part of me knows I was simply afraid. I escaped the ritual the same way I had escaped my family when they were living, by pleading the pressure of work, where out in the world ambition had been replaced by responsibility, responsibility to honour contracts and concert engagements, to keep a crew of over sixty people working. But would it have been so difficult to have cancelled a few shows, sent everyone home for a week or two? Probably not, but the simple fact is that I didn’t want to, because escape and the need to keep moving had by now become endemic in me. I was addicted to work and endless travel and could no more keep still in one place than I could stop breathing for any length of time. Even the idea of attending a funeral had the effect of strangulation; I couldn’t get enough air into my lungs, and so I would shut it out of my mind, brace myself for the next gig, and keep moving.
But there was a psychological price. I couldn’t mourn properly, so I carried the grief with me. I couldn’t cry or reveal my feelings even to myself, fearful I would be overwhelmed, my carefully constructed self-image destroyed to reveal absolutely nothing beneath. It was in this troubled state in November of 1987 that I made my way to the biggest concert of my life, in Rio de Janeiro, outwardly impregnable but inwardly broken. And the rebuilding would take the rest of my life.
Non partecipo ai funerali dei miei genitori. Avrei detto a me stesso e ai miei amici più cari che temevo che i tabloid avrebbero trasformato l’evento in un circo umiliante, che il mio dolore era un fatto privato e non l’occasione per un servizio fotografico, che avevo detto addio ai miei genitori quando ancora respiravano, e che differenza poteva fare per loro o per me gettare una manciata di terra sopra una bara? Una parte di me ne è ancora convinta, ma un’altra sa che la mia era solo paura. Mi ero sottratto al rituale nello stesso modo in cui mi ero sottratto alla mia famiglia quando i miei erano ancora vivi, giustificandomi con le urgenze del lavoro, laddove l’ambizione era stata sostituita dalla responsabilità, la responsabilità di onorare i contratti e i concerti programmati, di gestire un team di oltre sessanta persone. Eppure mi chiedo: sarebbe stato così difficile cancellare qualche show e mandare tutti a casa per una settimana o due? Probabilmente no, ma la realtà era che non volevo, perché la fuga e la necessità di non fermarmi mai ormai erano diventate endemiche. Ero dipendente dal lavoro e dai viaggi interminabili, e fermarmi da qualche parte sarebbe stato come smettere di respirare. Il solo pensiero di partecipare a un funerale mi strangolava: non arrivava abbastanza aria ai polmoni, perciò avrei allontanato il pensiero, mi sarei attaccato al prossimo concerto, e a quello dopo ancora.
Tutto questo, però, aveva un prezzo psicologico. Non avevo potuto elaborare il lutto correttamente, perciò ora il dolore mi seguiva ovunque andassi. Non potevo piangere o rivelare i miei sentimenti nemmeno a me stesso, temevo di esserne sopraffatto, che l’immagine di me che mi ero costruito con tanta cura sarebbe andata in pezzi, svelando il nulla che c’era sotto. Fu in questo stato tormentato che nel novembre del 1987 mi avviai al concerto più grande della mia vita, a Rio de Janeiro, inespugnabile fuori ma distrutto dentro. E la ricostruzione si sarebbe presa il resto della mia vita.
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hai anche tu una traduzione da raccontare?
fai la tua proposta a intramel_box@yahoo.it
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I Diari di Intramel
Traduttrice per caso?
di Chiara Manfrinato
Diario diffuso e discusso su Intramel
dal 29 gennaio al 3 marzo 2007
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E siamo a quattro! Senza particolare fretta, continuiamo a riempire d'inchiostro le pagine del nostro Diario, il racconto dei racconti, la narrazione di narrazioni traghettate da una cultura all'altra, di tutto quel che c'è dietro le quinte e tra le righe dell'avventura quotidiana della traduzione.
Un'avventura banale e "pantofolaia" solo in apparenza, a giudicare dai primi tre Diari ospitati finora: Piero, con la sua (giustamente) spietata e puntigliosa critica di un lavoro altrui (e che "altrui"!), Simona con la cronistoria del suo stage presso la prestigiosa e pluripremiata "ditta Paracchini" :-), Maria Antonietta che ha salpato l'ancora se n'è andata "in capo al mondo" (letteralmente, e letterariamente) per ritornare dalle Americhe colma di oro e preziosi... alla faccia dei "pantofolai"!
Anche questo quarto diario sono certo vi appassionerà, ma non voglio cedere alla tentazione di anticiparvi nulla...
CHI È CHIARA MANFRINATO
"Sono Chiara, aspirante traduttrice di Palermo.
Che dire? Ho deciso solo da poco di volere intraprendere questa professione e mi sono accorta molto presto di quanto sia difficile, soprattutto agli inizi.
Ho avuto dei momenti bui un po' di tempo fa, quando vedevo che non riuscivo a lavorare perché, quando mi candidavo per un lavoro, il mio "misero" cv veniva immediatamente scavalcato.
Così ho iniziato a tradurre (da volontaria) per alcune associazioni (Peacelink, Cev, Wwf). E ho ricominciato a candidarmi alle varie proposte di lavoro e a spedire il mio curriculum alle agenzie di tutto il mondo.
Non che adesso le offerte mi piovano addosso, ma ogni tanto, qualche lavoro (pagato!) lo faccio. Solo che (visto che sto meditando sulla possibilità di abbandonare l'inglese e propormi sono con la combinazione FR>IT) prevedo tempi ancora più bui.
Il mio sogno resta quello di ritradurre Zazie dans le métro di Queneau... ;)"
Con queste parole si presentava in lista, meno di due anni fa, la nostra Chiara, e basterebbe da sola questa fulminante presentazione per dire tutto. Ma per chi fosse ancora insoddisfatto, ecco qualche lapidario dato biografico...
Nata a Palermo nel 1978, frequenta il corso di laurea in Lingue e letterature straniere -con un semestre Erasmus presso la facoltà di Lettere dell'Università di Nancy 2- per laurearsi nel 2003.
Dopo la laurea, nell'ambito dei tirocini Crui-Mae, svolge uno stage presso l'Ambasciata d'Italia a Bruxelles, ma l'amore (dagli esiti infelici, si vedrà) per Luca Toni la richiamerà ben presto ai suoi doveri di tifosa in patria.
Frequenta un corso di editoria, collabora come lettrice ed editor con il Progetto Babele e il Rifugio degli Esordienti, e dall'inizio del 2005 lavora come traduttrice freelance. I suoi primi lavori pubblicati da traduttrice sono due racconti di Laila Lalami e Randa Jarrar.
Tra le piccole grandi prime soddisfazioni, c'è anche qualche terribile inciampo, come quando le viene appioppato il ruolo di co-moderatrice di Intramel (per meriti conseguiti sul campo e perché, traduttrice che si sente ancora principiante, persona volitiva che ama e conosce la letteratura, rappresenta forse meglio di chiunque altro lo spirito della lista, dice Yako).
Sulle prime ne è pure moderatamente contenta, ma poi capisce di essere stata fregata.
Dall'inizio del 2006 collabora con la casa editrice Azimut per la quale si occupa, tra le altre cose, di revisioni e correzioni di bozze. Non basterà la cocente delusione per il passaggio di Toni alla Fiorentina a scoraggiare l'indomita ragazza palermitana e...
...Ma il succoso resto della storia, l'ultimo infuocato anno, lo lasciamo al racconto del nostro Diario.
Come chiudere degnamente questa presentazione? Ma con le parole del *secondo* messaggio di Chiara, datato 25 marzo 2005...
"[...] una proposta concreta ce l'ho. Visto che intramel è una lista di aspiranti/esordienti/emergenti traduttori, sarebbe interessante creare qualcosa attorno a dei testi che non sono stati tradotti in italiano e i cui diritti sono ancora "liberi". [...] Più che una proposta, un piccolo sassolino."
Un "sassolino" diventato una lenta ma inesorabile valanga, la bellissima iniziativa dei racconti, inventata per gioco e adesso in piena fase di decollo proprio su Intramel... ma questa è un'altra storia.
Ma lasciamo la parola a Chiara (che sadicamente mi diverto a immaginare imbarazzatissima per l'inattesa presentazione)...
buona lettura a tutti voi!
Yako
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Prima puntata - Una traduttrice per caso
Mi definisco, ogni volta che se ne presenta 'occasione, una traduttrice per caso, che è una versione edulcorata di quella che, mi pare, è l'espressione che meglio mi si addice, ossia una traduttrice improvvisata. Per l'esattezza, sono una lettrice che, sfruttando la buona conoscenza di una lingua e la discreta conoscenza di un'altra, ha avuto la faccia tosta di decidere, un giorno, di voler intraprendere questa professione e la fortuna di riuscirci.
La mia lingua è il francese. E quando dico la mia lingua, intendo la lingua che amo, la lingua che, in qualche modo, mi appartiene. E, non è un dettaglio, la lingua che conosco davvero. Eppure, per lo più, traduco dall'inglese, la lingua che sopporto, che tollero ma che, in fondo, detesto.
Dopo la laurea, qualche mese trascorso dentro a un deprimente e prosciugante call center, lo stage all'estero e il ritorno a casa con conseguente corso di formazione in editoria, mi trovai di fronte a quello che, lo sapevo, sarebbe stato il vero problema: cosa fare? Una laurea in lingue offre ben poche opportunità e, del resto, io ero consapevole di non voler più rispondere al telefono solo per prendermi gli insulti gratuiti dei clienti inferociti. Io volevo che nella mia vita, anche in quella professionale, ci fossero i libri.
Iniziai a spedire il mio scarno, anzi scheletrico, curriculum a varie case editrici, proponendomi essenzialmente come lettrice, ma non ebbi fortuna.
Poi mi ricordai di un desiderio che avevo nutrito per qualche tempo, anni prima, quello di tradurre romanzi dal francese. Così tornai all'attacco, proponendomi come traduttrice, senza maggiore successo.
Ma sono testarda. Avevo deciso che avrei fatto la traduttrice e ci sarei riuscita.
Cominciai a frequentare comunità come Proz, Biblit e Langit. Iniziai a tradurre, da volontaria, per alcune associazioni senza scopo di lucro.
Nel frattempo, tempestavo le agenzie di cv e, nel giro di qualche tempo, ottenni il mio primo lavoro. Non era nemmeno una traduzione, ma una trascrizione fonetica di una lista infinita di parole italiane. E così, diventai una traduttrice "tecnica", anche se non mi piace molto
L'aggettivo, visto che non ho mai tradotto niente di particolarmente tecnico perché, pur con tutta la buona volontà del mondo, non ne sarei nemmeno capace.
Ovviamente non ero soddisfatta, e non perché tradurre comunicati stampa, opuscoli pubblicitari, siti web e che più ne ha più ne metta, non sia un'attività più che degna. Solo, non era quello che volevo fare. Non esattamente. Io volevo tradurre romanzi. E, addirittura, dal francese.
Capii che avevo sbagliato, se non tutto, comunque molto. Così ritornai ancora una volta all'attacco con le case editrici, ma adottando una strategia nuova, più seria. Le famigerate proposte editoriali. Avevo trovato la chiave giusta perché mi si prendesse, almeno minimamente, in considerazione. Quello che non sapevo ancora era che stavo per andare incontro a una cocente delusione.
Ero inciampata su un libro bellissimo. Dopo aver contattato l'autrice e il suo agente ed essermi assicurata che i diritti di traduzione fossero ancora liberi, preparai tutto il materiale, trovando un editore molto interessato. Sembrava fatta: avevamo anche stabilito tariffe e termini di consegna. Solo che poi, fu un altro editore ad aggiudicarselo, a fronte di un'offerta economicamente più vantaggiosa.
Stavo per arrendermi. Non vedevo sbocchi. Credevo di aver esaurito le energie. Ero quasi pronta a farmene una ragione: non avrei mai tradotto romanzi, dovevo accontentarmi delle traduzioni tecniche.
«Then comes what I would now call the pleasure of creativity: the human need to create something meaningful. Quite irrational. Rather than consuming, people really like creating something and presenting it for the admiration of the others. (…) Without this creative passion, I believe we would have none of the beautiful things created in the history period».
«Poi c'è quello che adesso chiamerei il piacere della creatività: il bisogno umano di creare cose significative. Molto irrazionale. La gente preferisce di gran lunga creare cose da offrire all'ammirazione altrui, anziché consumare. (…) Senza la passione creativa, credo che non avremmo nulla delle cose strabilianti create nel periodo della storia».
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Seconda puntata - Un incontro folgorante
Era settembre, l'8 settembre. Lo so perché conservo ancora le e-mail.
Un editore mi rispose. E quel giorno, la mia vita prese una nuova piega. Mi propose la traduzione di un breve romanzo francese, di cui stava trattando i diritti. Non stavo nella pelle. Ma era ancora un progetto in alto mare. Dopo qualche tempo, mi scrisse per dirmi che aveva appena acquisito i diritti di traduzione di un romanzo americano bellissimo. E voleva che lo traducessi io. Non ci potevo credere. Ma ero anche terrorizzata. E così, al di là di ogni logica, gli lanciai una proposta indecente. Gli dissi che, in fondo, non avevo esperienza, non avevo mai tradotto un romanzo e non avevo nemmeno fatto studi specifici e che, quindi, volevo essere messa alla prova, volevo dimostrare di meritare la sua fiducia. Tradussi le prime pagine del romanzo e gliele spedii. Gli piacquero e dopo qualche giorno, la copia del libro mi arrivò a casa.
Ricordo ancora l'emozione, l'euforia, nello scartare il pacco. Dentro, c'era il mio libro. Era un romanzo straordinario, di una bellezza quasi devastante. E difficilissimo, perché era così vivo e vibrante, e pieno di parole ed espressioni che non solo non avevo mai sentito, ma che facevo fatica a trovare su qualsiasi dizionario avessi a disposizione. Mi ci tuffai a capofitto, mi lasciai travolgere e conquistare.
Alternavo la traduzione del romanzo alle traduzioni di routine. Tornare negli USA degli anni '50, ogni volta, era come respirare aria buona. Nel frattempo, parlai all'editore di un libro di cui avevo letto qualcosa mesi prima. Era una romanzo distopico, ambientato in una Londra immaginaria, proiettata in un futuro prossimo ma non troppo. Il protagonista, il ricchissimo Adolphus Hibbert, si era guadagnato un Bonus Berlusconi, innalzandosi così al di sopra della legge. Ma quello che avrebbe dovuto garantirgli una vita di libertà e piaceri sarebbe presto diventato la causa di tutti i suoi problemi. Assoldato come informatore dal Capitano Younce, finiva, però, dall'altra parte della barricata, quella dei sovversivi.
Nel giro di qualche ora, ricevetti una serie di e-mail. Cambiavano le priorità, anzi, cambiava tutto. Voleva quel libro, lo voleva ad ogni costo. Aveva fatto ricerche, perché io gliene avevo accennato in modo molto informale, così, buttandola lì e, insomma, bisognava partire.
La cosa mi prese alla sprovvista. Non avevo segnalato quel libro perché volevo o pensavo di tradurlo. E, invece, tutto si svolse in fretta. Non era un libro per me. Era molto interessante, sì. Aveva un grande, forse grandissimo potenziale. Ma non era nelle mie corde. Io ero ancora immersa negli USA degli anni '50, non me la sentivo di catapultarmi in una Londra del futuro.
E poi, a dirla tutta, avevo paura. Mi ero resa conto, in quel breve lasso di tempo, che il mio approccio alla traduzione letteraria era eccessivo. Io traducevo, sì, ma quello era solo l'aspetto finale, paradossalmente quello più semplice, meno problematico. La traduzione letteraria, per me, era prima di tutto entrare dentro a un libro sconosciuto e, pian piano, fare in modo che diventasse mio. Dovevo immergermi nelle epoche e nei luoghi, per riscriverli. E, allo stesso modo, dovevo essere capace di vedere i gesti, le espressioni dei personaggi, di sentire la loro voce, il loro accento, per dare credibilità alla mia versione. Con il romanzo americano, avevo fatto un lavoro enorme, da quel punto di vista.
Ricominciare? Non mi sentivo pronta. Né ad abbandonare quello, né a riprendere tutto daccapo con l'altro. E c'era di più. C'era che l'autore di quell'altro libro mi incuteva una sorta di timore reverenziale, anzi un timore anche troppo concreto, perché era pure lui un traduttore, dall'italiano all'inglese.
Gli esposi i miei dubbi, tutti, uno dopo l'altro, in modo estremamente sincero. Pensavo che avrebbe fatto spallucce e cercato qualcun altro a cui affidare il lavoro. Ma voleva che fossi proprio io a tradurlo.
«With a BB, you pay no tax, you can bribe whoever you wish, your right to fraudulent business practice goes without saying, you can murder almost with impunity, you can even rape women and bugger boys as long as they or their parents don't have a BB as well. But you cannot endanger the security of the state».
«Con un BB, non si pagano le tasse, si può corrompere chiunque, va da sé che si ha il diritto di condurre affari illeciti, che si possono stuprare le donne e sodomizzare i ragazzi finché anch'essi o i loro genitori non abbiano un BB. Ma non si può mettere a repentaglio la sicurezza dello stato».
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Terza puntata - Io e il BB
Avevo quattro mesi, quattro mesi pieni, per tradurre, rivedere, rileggere. Insomma, in quattro mesi dovevo riscrivere il romanzo in italiano. Quattro mesi sono tanti, per un libro di medie dimensioni, ma io sentivo il fiato sul collo. Perché sono una traduttrice lenta e, soprattutto, perché dovevo riuscire a incastrare il romanzo con le traduzioni ordinarie, con le traduzioni "tecniche".
Sapevo che sarebbe stato massacrante, ma i sacrifici non mi spaventavano. In quel periodo, in casa editrice si iniziava a preparare la scheda tecnica del libro, c'era da scegliere il titolo. Quello originale era "The Berlusconi Bonus. The First Draft of Adolphus Hibbert's Confession." E dopo lunghe discussioni e confronti, si decise che in italiano sarebbe diventato "2048. Berlusconi Bonus".
Fu un piccolo trauma passare da un romanzo all'altro. Erano talmente diversi, in tutto. Epoche, luoghi, registro. Uno tracimava emozione, l'altro era sempre lucido e razionale, a tratti ferocemente satirico.
Feci fatica ad abituarmi al cambiamento, e non poca. E non fu un passaggio semplice.
Il BB era uno di quei libri che apparentemente non nascondono insidie, né difficoltà mostruose. Era scritto in inglese britannico, ed era già un buon punto di partenza. E, per di più, era quasi del tutto privo di slang. Pensavo che sarebbe stato un lavoro facile facile.
Ma mi sbagliavo.
Il primo grande trauma arrivò al momento dell'autorevisione. Era un disastro, una tragedia. E io ero in preda al panico. La mia traduzione era davvero illeggibile e mi aspettavano giorni di passione e di lavoro titanico, durante i quali avrei dovuto prendere anche delle decisioni coraggiose, avrei dovuto assumermi la responsabilità di alcune scelte.
If you'll excuse the expression
Adolphus, tornando a casa, trova il Capitano Younce seduto sul divano del suo soggiorno. Nel dialogo che segue, il Capitano fa riferimento all'esplosione della quale Adolphus era stato testimone, proprio all'inizio del romanzo. E conclude dicendo: «You have to be careful when you go out these days, if you'll excuse the expression».
Inizialmente, avevo tradotto in modo letterale, ma quella chiosa non aveva senso. Era chiaro che, sotto, c'era un gioco di parole, ma quale?
La chiave era il verbo "to go out", nel significato di "uscire" e in quello di "morire". Quello che contava, però, non era rispettare in modo cieco le singole parole, quanto renderne il senso profondo. Mi presi una libertà. Nella versione italiana, il Capitano dice: «In
questi giorni, deve stare attento agli attentati, se mi consente il bisticcio di parole».
Gooks
A un certo punto del romanzo, Adolphus racconta dell'incontro con un reduce di guerra, riportandone il lungo monologo. Parlando di una missione militare, il soldato cita le parole del suo colonnello che definisce "gooks" i pakistani. Sapevo che "gook" era un termine razzista usato per indicare gli asiatici. Ma l'unico termine dispregiativo italiano che mi veniva in mente era "musi gialli" che, chiaramente, non faceva al caso mio. Il vocabolario razzista italiano è, insieme, poco ricco e soprattutto impreciso. Si disprezzano tutti i nordafricani chiamandoli marocchini e tutti i neri chiamandoli turchi. Anche lì, avevo bisogno di un termine che fosse, insieme, dispregiativo e impreciso. E la migliore alternativa, tra le tante possibili, mi sembrò "beduini".
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Quarta puntata - Oltre le parole
Il New Freedom Party e il New Liberty Party
Nel romanzo, venivano citati spesso due partiti politici: il "New Freedom Party" e il "New Liberty Party". Fu uno degli scogli maggiori, anzi, forse proprio il peggiore, per me.
Il "New Freedom Party" diventò subito, in modo istintivo, il "Nuovo Partito della Libertà". Di conseguenza, si pose subito un altro problema: cosa doveva diventare, invece, il "New Liberty Party"?
"Liberty", per me, significa -esattamente come "freedom"- "libertà".
Pensavo alla Statua della Libertà e mi pareva lapalissiano. La questione, però, non si limitava solo all'aspetto linguistico. I partiti, come dicevo, venivano citati spesso nel romanzo e, trattandosi di un testo con una fortissima connotazione politica, non potevo accontentarmi di una scelta superficiale.
Il BB delineava uno scenario bipolare, il "New Freedom Party" da un lato e il "New Liberty Party" dall'altro, un sistema nel quale i due partiti erano opposti ma, essenzialmente, identici -cosa che, tra l'altro, risultava chiara anche dalla scelta dei nomi originali.
Inizialmente avevo pensato di chiamarli "Nuovo Partito della Libertà" e "Nuovo Partito della Liberazione". La soluzione non piacque affatto all'autore, che suggerì altre possibilità, nessuna delle quali, però, era soddisfacente.
In fase di revisione, io, l'autore e l'editore ci lanciammo in uno sfrenato brainstorming. Ma tutte le proposte venivano regolarmente bocciate. Cominciavo a pensare che non ne saremmo venuti a capo e stavo per convincermi, mio malgrado, che forse avremmo dovuto lasciare quei nomi in inglese.
Ma poi arrivò l'illuminazione.
Il punto cruciale era questo: "freedom" e "liberty" sono sinonimi in inglese, ma in italiano manca un vero e proprio sinonimo di libertà.
Partendo da una mia considerazione (quella secondo cui il Nuovo Partito della Libertà richiamava, seppure in modo velato, la Casa della Libertà), l'editore osservò che, forse, avremmo potuto concentrarci altrove: sulla parola "partito". Così, mi vennero in mente tre possibilità, tutte scaturite da un'idea di base: lasciare perdere la casa, nel senso di non citarla direttamente, ma partire proprio da quella. La prima soluzione, la più neutra, era quella di chiamare i partiti "Dimora della Libertà" e "Rifugio della Libertà"; la seconda, più grottesca, era quella di chiamarli "Baluardo della Libertà" e "Roccaforte della Libertà"; la terza, più calata nella realtà politica italiana, era quella di chiamarli "Alleanza per la Libertà" e "Lega per la Libertà". E così fu.
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Quinta puntata - Tra il desiderio e la realizzazione...
La traduzione c'era. O, per lo meno, c'era il suo scheletro. Dal punto di vista del senso, tutto (o quasi) filava. Ma a me, continuava a sembrare catastrofica. Perché, sentivo, le mancava l'anima.
Mi sembrava pesante, ingessata. Ci passai su dei giorni. Ormai, avevo abbandonato l'originale, perché non si trattava più di traduzione. Mi spostavo, da una stanza all'altra, portandomi dietro i fogli e tutta una serie di accessori complementari: evidenziatori, matite e, soprattutto, la penna rossa.
Vidi le pagine diventare, da bianche e nere, di tutti i colori dell'arcobaleno. Il rosso a tagliare, cancellare, correggere. Il giallo e il verde a evidenziare i punti che non mi convincevano ma per i quali non riuscivo a trovare soluzioni definitive, o accettabili. E poi note, appunti, punti interrogativi, alternative. Di tutto, davvero. Alla fine, ero stremata. La rilessi l'ultima volta. Poteva andare.
C'era ancora qualcosa che non mi convinceva del tutto ma, globalmente, ero abbastanza soddisfatta. Era un lavoro decoroso, per me. Ma niente di più. Eppure sarebbe stato inutile tornarci ancora su, con accanimento, perché sapevo che quello era il massimo, il mio massimo.
E di meglio non avrei potuto fare.
Quando spedii il file all'editore, mi sentii male. Ero terrorizzata. Avevo, più di ogni altra cosa, paura di deluderlo. E non volevo. Mi aveva offerto una (anzi, a dire il vero, ben più di una) possibilità enorme. Mi aveva offerto la possibilità di realizzare un sogno, di tradurre un romanzo.
Mi rispose subito, come sempre. Aveva ricevuto il file, ma andava di fretta. Stava per uscire. Ma, dopo qualche minuto, arrivò un'altra e-mail. Andava davvero di fretta, sì, ma non aveva resistito e aveva iniziato a leggerlo. Ed era più che soddisfatto.
Ero felice, davvero. Fiera, orgogliosa. Ma continuavo ad avere paura. La paura di aver commesso degli errori, di vario genere: dalla semplice dimenticanza di alcune frasi, della totale incomprensione di certi passaggi, del fraintendimento di certe sfumature, dell'eccesso di libertà che mi ero presa per sciogliere alcuni nodi. Non era paura, era panico. Sapevo che qualcuno ci avrebbe messo una pezza, perché la mia traduzione avrebbe dovuto attraversare varie letture, e questo da una parte mi rincuorava. Quello che mi terrorizzava davvero, però, era altro. Era il fatto che una di quelle letture sarebbe toccata all'autore che sarebbe stato il mio primo e spietato revisore (essendo non solo l'autore del romanzo ma, a sua volta, traduttore dall'italiano all'inglese).
Ormai il "mio" 2048. Berlusconi Bonus è un libro come tanti, in mezzo a tanti. Un libro dotato di una vita propria, nel quale c'è sì qualcosa di mio, ma anche di ciascuna delle persone che ci hanno lavorato, insieme a me e dopo di me. E, in qualche modo, sento che non mi appartiene più, un po' come una madre che, dopo aver portato un figlio in grembo per mesi e averlo partorito, sa che quel figlio, presto, le volterà le spalle, andandosene per la sua strada. Chi lo vedrà tra gli scaffali e magari lo comprerà e lo leggerà, non saprà mai quale miracolo abbia fatto sì che la mia prima creatura vedesse la luce.
«Human beings actually enjoy a time-gap between their desire for something and their realisation of it. That's why production is so much likely to bring contentment. (...) With production, on the other hand, gratification is anticipated and that anticipation engages with the perfect idea of the desired object».
«A dire il vero, gli esseri umani si godono l'intervallo di tempo che intercorre tra il desiderio di qualcosa e la sua realizzazione. È per questo che, verosimilmente, la produzione porta appagamento. (...) Nella produzione, invece, la gratificazione è attesa e l'attesa partecipa all'idea perfetta dell'oggetto desiderato».
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Appendice
È stato un piacere, oltre che un onore, scrivere questo Diario per Intramel. L’ho buttato giù proprio dopo aver finito la traduzione (o, forse, mentre ancora la traduzione era in corso – scusate, ma la mia memoria non è proprio limpida ultimamente!) e ci sono tornata su dopo, a distanza di qualche tempo, quando ho avuto il romanzo tra le mani. Ecco perché il racconto è un po’ “emotivo”. E poi è stato il “mio” primo romanzo e, probabilmente, il primo romanzo non si scorda mai…
Ringrazio Yako per averlo ospitato e ringrazio gli Intrameliani per averlo letto. In realtà dovrei ringraziare tanta altra gente, ma rischierei di diventare sentimentale e non mi pare il caso.
Spero di cuore che la mia storia (fortunata e, insieme, fortunosa) possa dare fiducia a chi ha quello stesso sogno nel cassetto. Se ci sono riuscita io…
Vi lascio con una breve presentazione del romanzo e con l’incipit.
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Scheda del libro "2048. Berlusconi Bonus"
Nella Londra del 2048, Adolphus Hibbert è diventato ricco fornendo farmaci e attrezzature ai Trust ospedalieri Super-Risparmio ed è riuscito a guadagnarsi il tanto agognato Bonus Berlusconi (il Premio Plutocratico di Gratitudine Sociale), innalzandosi così al di sopra della legge.
Ma quello che avrebbe dovuto garantirgli una vita di libertà e piaceri diventa, ben presto, la causa di tutti i suoi problemi. Adolphus attira su di sé le attenzioni del Capitano Younce, funzionario dell'Agenzia Centrale di Sorveglianza, e si trova coinvolto contro la sua volontà in una vicenda che ha tutte le caratteristiche delle storie di spionaggio, tra rivoluzionari, complotti, sesso e tradimenti.
In questo romanzo, diretto discendente di quella tradizione che ha il suo esponente più illustre nel George Orwell di 1984, Allan Cameron ci conduce in una società del futuro, immaginaria eppure verosimile, che ha spinto ai limiti estremi i principi del capitalismo liberista: una società interamente consacrata al consumo.
"... una riflessione inquietante sul peggio del nostro presente e, forse, del nostro futuro."
Dalla Postfazione di Alessandro Barbero
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The Explosion
"What can I say? They tell me that if I want to get out of here I must first tell my story – confess my sins, as it were. I have to bare my soul. I have to let them inspect and probe the workings of my mind – my poor, confused and rebellious mind. Only then they will decide whether I am ready to be returned to society. I have to start at the beginning, they say, but when I ask them when that was, they are evasive, perhaps even irritated by my inability to make this project mine. They probably want me to start with my tender years and a whole lot of autobiographical crap – psychobabble about why mistreatment as a child led to criminal and antisocial behaviour. That stuff lets both them and me off the hook. Everyone’s a winner. Isn’t that meant to be the secret of our wonderful consumer civilisation?
They are so powerful, so incredibly powerful with their shining buildings, their heavy steps on the corridors, their busyness and above all the secrecy of their purpose. I never know what they are going to do next, but I know there must be a purpose to their seemingly irrational and erratic behaviour. It is true that they leave me alone to write, so they can better judge the sincerity of my confession, but the noise of their bustle and their sudden entrances into my cell seem to clutter my mind and leave me little room to think. This confession should be a way of letting me think about what I have done, about all those who have suffered because of what I have done and about why I should feel guilty and why I should not. That old chestnut – the oldest of chestnuts: do I regret anything? Would I just do it all over again? Did I corrupt or was I corrupted and so on."
1
L’esplosione
"Cosa posso dire? Mi spiegano che se voglio uscire fuori di qui, devo prima raccontare la mia storia, confessare i miei peccati, per così dire. Devo mettere a nudo l’anima. Devo lasciare che ispezionino ed esplorino i meccanismi della mia mente, la mia povera mente confusa e ribelle. Solo allora decideranno se sono pronto per essere restituito alla società. Devo cominciare dall’inizio, dicono, ma quando chiedo quale sia l’inizio, sono evasivi, forse perfino irritati dall’incapacità di far mio questo progetto. Probabilmente vogliono che cominci dall’infanzia e da quelle baggianate autobiografiche, con paroloni da strizzacervelli sul perché i maltrattamenti ricevuti da bambino siano sfociati in un comportamento criminale e antisociale. Questa roba scagiona sia me che loro. Siamo tutti vincitori. Non è questo il segreto della nostra meravigliosa civiltà dei consumi?
Sono così potenti, così incredibilmente potenti, con i loro edifici splendenti, i loro passi pesanti per i corridoi, la loro operosità e, soprattutto, la segretezza del loro fine. Non so mai quale sarà la mossa successiva, ma sono certo che il loro comportamento apparentemente irrazionale e strambo deve avere un fine. È vero che mi lasciano da solo a scrivere, in modo che possano giudicare meglio la sincerità della mia confessione, ma il trambusto del loro viavai e le improvvise irruzioni nella mia cella mi scombussolano le idee e mi impediscono di pensare. Questa confessione dovrebbe farmi riflettere su ciò che ho fatto, su tutti quelli che hanno sofferto a causa di ciò che ho fatto, sul perché dovrei e non dovrei sentirmi in colpa. Il solito vecchio ritornello, il più vecchio e trito dei ritornelli: c’è qualcosa di cui mi pento? Rifarei tutto daccapo? Ho corrotto o sono stato corrotto? Vittima o carnefice? E così via."
Cliccate qui per scaricare dal sito di Azimut il primo capitolo del romanzo in formato .pdf.
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Il diario di Intramel è aperto a tutti!
hai anche tu una traduzione da raccontare?
fai la tua proposta a intramel_box@yahoo.it
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[i Diari di Intramel]
Non è mai troppo tardi - di Maria Antonietta Ferro
(Diario della Traduzione apparso e discusso su Intramel
nella settimana tra il 13 e il 19 marzo 2006)
Cari amici, si aprono oggi le pagine del terzo Diario di Intramel. Dopo l'esperienza di ritraduzione di Hemingway (con incredibili scoperte sulla Pivano) a cura di Piero Pozzi, dopo lo stage con Fabio Paracchini di Simona Brogli, eccovi una nuova entusiasmante avventura di traduzione, una piccola fiaba divenuta realtà grazie a un mix di occasioni, tenacia, fortuna, bravura.
A parlare dalle pagine del Diario sarà adesso Maria Antonietta Ferro; il Diario sarà articolato in cinque puntate molto sostanziose, vi consiglio di stampare il testo per goderlo appieno; come sempre l'autrice del diario sarà online per tutta la settimana e tra una puntata e l'altra potrete porle tutte le domande che vorrete scrivendo come sempre qui in lista: intramel@yahoogroups.com
CHI È MARIA ANTONIETTA FERRO
È nata a Firenze, in via degli Alfani, proprio all'ombra della cupola del Brunelleschi, e questo la ha segnato l'esistenza. Non ha mai perso l'accento fiorentino, nonostante le varie peregrinazioni nazionali e internazionali (Parla quasi come Margherita Hack!), ma non dimentica la calda quota siciliana (padre ennese, per l'esattezza) che ha nel sangue. Ha abitato a Milano per 13 anni, ha studiato a Pisa, sempre attenta a cercare di correggere la postura per vedere la torre dritta. Vive a Lucca da 10 anni.
Selettiva e ipercritica, ha un buon senso dell'umorismo (che l'ha salvata in varie situazioni poco piacevoli della vita, facendogliele superare se non con allegria, almeno con ironia) e per sua ammissione manca totalmente di diplomazia. Si ricorda ancora l'occasione in cui, chiamata a tradurre un discorso di un noto politico alla vigilia di una tristemente nota guerra, gli fece dire "romperemo il c*** a quei bast**** e renderemo tutto radioatt***" anziché "aiuteremo questa popolazione oppressa a ritrovare la strada della democraz**." Come spesso le accade, molti le riconobbero di aver colto il senso del discorso meglio dello stesso oratore.
Ha due figli: Elena di 21 anni, che vive a Milano col papà, e Lorenzo di 16, che vive a Lucca con lei e col suo compagno Claudio (per il quale Maria Antonietta ha perso la testa, ma d'altronde son cose che decapitano) e con la gatta Cleocallas che si chiama così perchè ha gli occhi da soprano e miagola in egizio, o forse viceversa. Se fosse per lei avrebbe la casa piena di mici (nel passato è arrivata a un massimo di sei in contemporanea), ma dopo il quinto gattò di patate di Claudio (che sapeva poco di patate e molto di gatto), Maria Antonietta ha deciso di arrendersi e tenerne uno solo.
Le piace il teatro, la musica italiana degli anni 70-80, viaggiare e non ama fermarsi mai, in nessun senso.
Perito ed Esperto Traduttore Interprete presso la CCIAA Lucca, Consulente Tecnico d'Ufficio del Tribunale di Lucca per le lingue tedesco,inglese, francese e spagnolo, Membro A.N.I.T.I. e un sacco di altre cose importantissime e serie che non stiamo a elencare, dopo anni di esperienze tecniche e di insegnamento si è data dal 2005 alla traduzione letteraria e nel 2006 la sciagurata non si è ancora pentita. Ma questa è la storia che andiamo a raccontare proprio con il nostro Diario; anzi, ci fermiamo qui, ed eviteremo giochi di parole con il cognome per non rinvangare vecchie ruggini.
Siete pronti? A lei la parola: allacciate le cinture, tra poco si parte!
Yako
Prima puntata
Settembre 2004:
Da grande vorrei fare la traduttrice letteraria.
_Un po' per celia, un po' per non morire _, alle soglie del mezzo secolo penso che sia ora di dare una svolta ( un'altra?), di riprovare a misurarmi con me stessa, di rimettermi in gioco.
Una vecchia passione, la letteratura, langue da tempo immemorabile senza essersi però mai spenta. Sotto quella cenere c'è ancora qualche scintilla... è lì che devo soffiare.
E allora lascia un po' da parte contratti e procure, mi sono detta, e vai a ricercare il tuo vecchio amore.
Un corso di traduzione letteraria, per tornare sui banchi, per riaprire la mente, per riprendere la penna in mano. Sono emozionata come un remigino quel primo giorno di lezione, a Siena. Mi sento anche un po' fuori luogo, in mezzo a compagni che possono essermi figli. Ma tant'è. Conta lo spirito... e l'entusiasmo non manca.
Il tempo vola. Ogni settimana c'è un testo da tradurre a casa per il laboratorio della settimana successiva. Ciascuno di noi propone un racconto, una poesia, un pezzo di teatro, quello che più gli piace.
All'inizio del master il professore ha chiesto se abbiamo delle predilezioni relative a paesi di lingua spagnola. Beh, Cuba è già battuta, l'Argentina e il Cile anche. Può esserci molto ancora da scoprire, è vero, ma la strada è già aperta. Allora bisogna trovare qualcosa di originale, qualcosa di cui si sappia - letterariamente parlando - il meno possibile. Santo Domingo? Una ricerca in rete mi dice che forse ci ho visto giusto. C'è pochissimo in italiano, c'è tantissimo come produzione.
Navigo, leggo, scarico, stampo a più non posso e alla fine scelgo cosa portare il lunedì successivo.
Il mio primo "incontro" è stato con Virgilio Díaz Grullón.
Chi è costui? _ diranno subito i miei piccoli lettori _...
Uno scrittore dominicano. Ignoto in Italia. Considerato un maestro del racconto psicologico.
Ecco un brano tratto da *La enemiga * .
Cuando Esther sacó la muñeca de la caja vi que sus ojos, provistos de negras y gruesas pestañas que parecían humanas, se abrían o cerraban según se la inclinara hacia atrás o hacia adelante y que aquella idiotez se producía al mismo tiempo que un tenue vagido que parecía salir de su vientre invisible. Mi hermana recibió su regalo con un entusiasmo exagerado. Brincó de alegría al comprobar el contenido del paquete y cuando terminó de desempacarlo tomó la muñeca en brazos y salió corriendo hacia el patio. Yo no la seguí y pasé el resto del día deambulando por la casa sin hacer nada en especial. Esther comió y cenó aquel día con la muñeca en el regazo y se fue con ella a la cama sin acordarse de que habíamos convenido en clasificar esa noche los sellos africanos que habíamos canjeado la víspera por los que teníamos repetidos de América del Sur.
Nada cambió durante los días siguientes. Esther se concentró en su nuevo juguete en forma tan absorbente que apenas nos veíamos en las horas de comida. Yo estaba realmente preocupado, y con razón, en vista de las ilusiones que me había forjado de tenerla a mi disposición durante las vacaciones. No podía construir el refugio sin su ayuda y me era imposible ocuparme yo solo de la caza de mariposas y de la clasificación de los sellos, aparte de que me aburría mortalmente tirar hacia arriba la pelota de béisbol y apararla yo mismo. Al cuarto día de la llegada de la muñeca ya estaba convencido de que tenía que hacer algo para retornar las cosas a la normalidad que su presencia había interrumpido. Dos días después sabía exactamente qué. Esa misma noche, cuando todos dormían en la casa, entre de puntillas en la habitación de Esther y tomé la muñeca de su lado sin despertar a mi hermana a pesar del triste vagido que produjo al moverla. Pasé sin hacer ruido al cuarto donde papá guarda su caja de herramientas y cogí el cuchillo de monte y el más pesado de los martillos y, todavía de puntillas, tomé una toalla del cuarto de baño y me fui al fondo del patio, junto al pozo muerto que ya nadie usa. Puse la toalla abierta sobre la yerba, coloqué en ella la muñeca -que cerró los ojos como si presintiera el peligro- y de tres violentos martillazos le pulvericé la cabeza. Luego desarticulé con el cuchillo las cuatro extremidades y, después de sobreponerme al susto que me dio oír el vagido por última vez, descuarticé el torso, los brazos y las piernas convirtiéndolos en un montón de piececitas menudas. Entonces enrollé la toalla envolviendo los despojos y tiré el bulto completo por el negro agujero del pozo. Tan pronto regresé a mi cama me dormí profundamente por primera vez en mucho tiempo.
LA NEMICA
Quando Esther tirò fuori la bambola dalla scatola vidi che i suoi occhi, muniti di ciglia nere e folte che sembravano umane, si aprivano o si chiudevano a seconda se veniva inclinata in avanti o all'indietro e che quella scemenza si verificava contemporaneamente all'emissione di un tenue vagito che pareva uscire dal suo ventre invisibile.
Mia sorella ricevette il suo regalo con un entusiasmo esagerato. Fece salti di gioia vedendo il contenuto del pacchetto e quando ebbe terminato di scartarlo prese in braccio la bambola e uscì di corsa in cortile. Io non la seguii e passai il resto della giornata vagando per la casa senza far niente di speciale.
Quel giorno Esther pranzò e cenò con la bambola in grembo e andò anche a letto con lei, senza ricordarsi che per quella sera avevamo deciso di catalogare i francobolli africani che avevamo barattato il giorno prima in cambio dei nostri doppioni dell'America del Sud.
Niente cambiò nei giorni seguenti. Esther era concentrata sul suo nuovo giocattolo in modo così esclusivo che ci vedevamo sì e no all'ora dei pasti. Io ero realmente preoccupato, e a ragione, viste le illusioni che mi ero fatto di averla a mia disposizione per le vacanze. Non potevo costruire il rifugio senza il suo aiuto e mi era impossibile occuparmi da solo della caccia alle farfalle e della catalogazione dei francobolli, oltre ad annoiarmi a morte tirando in alto la palla da baseball e ricevendola io stesso.
Dopo quattro giorni dall'arrivo della bambola mi ero ormai convinto che dovevo fare qualcosa per riportare la situazione a quella normalità che la sua presenza aveva interrotto. Due giorni dopo sapevo esattamente che cosa.
Quella stessa notte, mentre tutti in casa dormivano, entrai in punta di piedi nella camera di Esther e presi la bambola che le stava accanto, senza che mia sorella si svegliasse nonostante il triste vagito che la bambola produsse nel muoverla. Senza far rumore andai nella stanza dove papà tiene la sua cassetta degli attrezzi, presi il coltello da caccia e il più pesante dei martelli e, sempre in punta di piedi, presi dal bagno un asciugamano e andai in fondo al cortile, vicino al pozzo che nessuno usa più. Misi l'asciugamano aperto sull'erba, vi deposi sopra la bambola - che chiuse gli occhi come se presagisse il pericolo - e con tre violente martellate le ridussi la testa in polvere.
Poi con il coltello le disarticolai le quattro estremità e, superato lo spavento che mi provocò l'udire il vagito per l'ultima volta, le squartai il tronco, le braccia e le gambe, trasformandoli in un mucchio di piccoli pezzi. Quindi arrotolai l'asciugamano, avvolgendo le spoglie, e gettai tutto l'involto nel nero buco del pozzo. Appena tornai in camera mia dormii profondamente per la prima volta dopo tanto tempo.
Sono stata fortunata. Non mi sono imbattuta in dominicanismi, sono arrivata in fondo alla traduzione abbastanza tranquillamente. La volta successiva scelgo un racconto di Juan Bosch, capostipite del racconto latinoamericano. E qui sudo un po' di più, specialmente nel rendere il linguaggio del tagliatore di canna haitiano che parla spagnolo alla sua maniera, infarcendolo di francesismi.
LUIS PIE
Pegado a la tierra, con sus ojos desorbitados por el pavor, veía crecer el fuego cuando le pareció o ir tropel de caballos, voces de mando y tiros. Rápidamente levantó la cabeza. La esperanza le embriagó.
-¡Bonyé, Bonyé -clamó casi llorando-, ayuda a mué, gran Bonyé; tú salva a mué de murí quemá!
¡Iba a salvarlo el buen Dios de los desgraciados! Su instinto le hizo agudizar todos los sentidos. Aplicó el oído para saber en qué dirección estaban sus presuntos salvadores; buscó con los ojos la presencia de esos dominicanos generosos que iban a sacarlo del infierno de llamas en que se hallaba. Dando la mayor amplitud posible a su voz, gritó estentóreamente:
-¡Dominiquén bon, aquí ta mué, Luí Pie! ¡Salva a mué, dominiquén bon!
Entonces oyó que alguien vociferaba desde el otro lado del cañaveral. La voz decía:
-¡Por aquí, por aquí! ¡Corran, que está cogió! ¡Corran, que se puede ir!
Olvidándose de su fiebre y de su pierna, Luis Pie se incorporó y corrió. Iba cojeando, dando saltos, hasta que tropezó y cayó de bruces. Volvió a pararse al tiempo que miraba hacia el cielo y mascullaba:
-Oh Bonyé, gran Bonyé que ta ayudan a mué...
En ese mismo instante la alegría le cortó el habla, pues a su frente, irrumpiendo por entre las cañas, acababa de aparecer un hombre a caballo, un salvador.
-¡Aquí está, corran! -demandó el hombre dirigiéndose a los que le seguían.
LUIS PIE
Incollato alla terra, con gli occhi fuori dalle orbite dalla paura, vedeva crescere il fuoco, quando gli parve di sentire scalpitio di cavalli, voci che impartivano ordini e spari. Rapidamente alzò la testa. La speranza lo inebriò.
- Bondié, Bondié - invocò quasi piangendo -, aiuta me, gran Bondié; tu salva me da morir brucià!
Lo avrebbe salvato sì, il buon Dio dei disgraziati! Il suo istinto gli fece aguzzare tutti i sensi. Tese le orecchie per capire da che parte fossero i suoi presunti salvatori; cercò con lo sguardo la presenza di questi dominicani generosi che lo avrebbero tirato fuori dall'inferno di fiamme in cui si trovava. Dando alla sua voce la più ampia estensione che poté, gridò stentoreamente:
- Buon dominican, è qui me, Luí Pie! Salva me, bravo dominicano!
Udì allora che qualcuno gridava dall'altro lato del canneto. La voce diceva:
- Da questa parte, da questa parte ! Correte, che l'abbiamo preso ! Correte, che può scappare!
Dimenticandosi della febbre e della gamba, Luis Pie si sollevò e corse. Zoppicava, saltava, e alla fine inciampò e cadde bocconi. Si rialzò, guardando nello stesso tempo in direzione del cielo e farfugliando:
-Oh Bondié, gran Bondié che sta aiutando me...
In quello stesso istante l'allegria gli troncò la parola, perché davanti a lui, sbucando dalle canne, era appena comparso un uomo a cavallo, un salvatore.
- Eccolo, correte! - intimò l'uomo rivolgendosi a quelli che lo seguivano.
La palestra del lunedì ci impegna davvero. Coloro ai quali non tocca presentare il testo, devono comunque leggere in anticipo la traduzione del compagno di turno, in modo da poter fornire suggerimenti, critiche e alternative durante le ore di lezione. Una fatica, ma anche una bella crescita.
Seconda puntata
Gennaio 2005:
Lo voglio vivo.
Devo decidere cosa tradurre come elaborato finale del master. Con che criterio scelgo il *mio* autore? Su quale genere letterario mi oriento? Escludo la poesia - troppo difficile per una novellina; escludo la letteratura per l'infanzia - non ne ho la vocazione; escludo una raccolta di racconti - preferisco un'opera intera; resta quindi il romanzo. Lungo? Breve? Storico? Di fantasia? Mamma mia, quanti dubbi. E intanto continuo a cercare ispirazione nella musa Rete, navigando, navigando, navigando...
Trovo Pedro Camilo e il primo capitolo del suo romanzo breve "Chat".
Beh, mi dico, con questo la prima difficoltà di traduzione - il titolo - sarebbe superata in partenza! Alla lettura, mi sembra un testo piacevole, proponibile a qualche editore e, soprattutto, di un autore vivente. Sì, perché volevo assolutamente poter comunicare con l'autore del lavoro che stavo per tradurre. Quindi non doveva essere morto!
Per avere il libro intero faccio appello a un'amica in vacanza a Santo Domingo, che me lo porta al suo ritorno. Ora posso cominciare.
Ma da dove??
Primo: chiedendo all'editore l'autorizzazione a tradurre.
Una e-mail che spiega il mio progetto parte ai primi di febbraio. E poi i giorni non passano mai. Paura di aver fatto un buco nell'acqua. Di dover ricominciare a cercare. Di non ricevere risposta. Fino a quando la risposta arriva. Positiva.
Comincio a tradurre segnando a margine tutti i dubbi, le incertezze, le ignoranze. E riempio quattro pagine fitte di domande che devono trovare risposta. La risposta deve uscire dalla penna
(dalla tastiera) dell'autore. Chiedo di nuovo aiuto all'editore, ma sembra sparito nel nulla. Ad aprile sono quasi senza speranza, con le mie domande senza risposta e i miei dubbi irrisolti.
Poi la sorpresa: una e-mail dell'autore:
Estimada María Antonieta:
Primero, debo presentarme. Soy Pedro Camilo, escritor dominicano, autor de la novela Chat. Por encargo del señor Orlando Inoa, le escribo para ponerme a sus gratas órdenes. Ojalá que esta oportunidad sea propicia para comenzar a estrechar los vínculos de la amistad sincera.
Un abrazo.
Pedro.
È vivo, mi ha scritto e si mette a disposizione: cosa sperare di più? È il 17 giugno.
Gli dico che vorrei andarlo a trovare per intervistarlo di persona. Che ho tante domande da fargli. Che avrei previsto la partenza per il 10 luglio.
Mi risponde che alla data del mio arrivo sarà all'aeroporto e dice:
Me gustaría tener de antemano las preguntas que usted ha ido elaborando, para así comenzar a estudiarlas con tiempo y darle una apropiada respuesta. En realidad, estoy muy entusiasmado con su visita y con la traducción que usted hará de mi novela.
Gli mando le pagine di domande. I dubbi sono su molti modi di dire tipici dominicani, sui cibi menzionati nel testo, sull'interpretazione di alcune frasi, sui riferimenti letterari presenti nel libro, insomma un terzo grado a cui non si sottrae, anzi...
Este mensaje me llenó de mucha alegría, porque en él está contenido una de las ambiciones de un escritor: la traducción de su obra. Y ciertamente, me llenó de admiración el método que usted utiliza para realizar su trabajo. A usted no se le escapa ningún detalle. ... Dedicaré el próximo fin de semana para responder todas las preguntas e inquietudes contenidas en su lista anexa. Para mí será un placer efectuar esta labor, porque será una forma de volver a vivir los orgasmomentos de la creación de Chat. Pienso que estaremos vibrando, durante este fin de semana, en la misma onda de nuestros intereses: interpretar un texto que al ser escrito por un servidor, no tuvo mayor pretensión que ser portador de una historia erótica, divertida y transgresora, como pienso que debe ser la vida misma.
Terza puntata
Luglio 2005:
Si parte
Pedro Camilo occupa il suo fine settimana ad esaminare il mio questionario, mi aspetta all'aroporto, mi dice che è entusuasta della mia visita e del fatto che il suo libro sia tradotto.E mi fa anche i complimenti per il metodo che ho usato. Troppa grazia.
Ho le valigie quasi pronte. Il mio viaggio di studio a Santo Domingo per incontrare l'autore è organizzato e mancano pochi giorni alla partenza. Il mio primo sogno si sta per realizzare: conoscere lo scrittore. Un altro sogno rimane invece nel cassetto: pubblicare il libro. Penso che non sarà affatto facile, che forse non ce la farò mai - guarda quanta gente c'è che propone libri figurati se a qualcuno interessa proprio il tuo - che poi si vedrà.
E intanto navigo a caso in internet, tanto per fare qualcosa. Quando si dice il caso....
*Concorso internazionale di narrativa e poesia *: mi si accende una lampadina.
* Casa editrice di Viareggio*: si accende tutto il lampadario.
Scorro velocemente il bando e vedo che uno dei racconti che ho tradotto come compito a casa potrebbe anche partecipare, perché no? È un racconto un po'strano, erotico-clericale, con una caratteristica stilistica peculiare: quasi privo di punteggiatura. E poi è di Pedro Camilo.
Como viento en el arpa
Desde hacía mucho tiempo sor María Magdalena había sucumbido con una pasión verdadera frente al empaque tan galano del sacerdote Jesús Montoya porque ciertamente el cura Montoya más que un simple pastor de rebaño parecía un artista de cine con su pelo de azabache recogido en un hermoso rodete que caía sobre la bronceada nuca de minotauro del padre Jesús Montoya quien tenía los ojos verdes y la nariz casi perfecta y poseía una barba de capuchino acicalada en uno de los mejores salones de belleza de la gran urbe donde el prelado ejercía con mucho acierto su ministerio sacerdotal.
Y en una iglesia cercana al convento de sor María Magdalena el reverendo decía misa y confesaba puntualmente y asimismo desde su púlpito de caoba lanzaba sermones dominicales traspasados por la inefable magia de la oratoria divina y el curita Montoya se empinaba y con los brazos elevados soltaba frases y frases que tenían el viejo perfume de las cosas sagradas.
Lentamente pero de manera inexorable esa verborrea infinita entraba por los oídos de sor María Magdalena y electrizaba sus más recónditas células mientras ella permanecía muy cerca del comulgatorio con su cabeza inclinada hacia arriba y sus ojos cerrados y sus manos juntas en señal de oración y el sacerdote continuaba su prédica y con gran astucia dejaba salir el dulce melisma de los salmos y la picardía mansa del cantar de los cantares y así para confundir a las beatas y a los legionarios y a las Hijas de María mezclaba con mucha habilidad los proverbios de Salomón con las cartas a los Corintios y las profecías de Baruc con el Evangelio según Mateo.
Come vento nell'arpa
Era tanto tempo che suor Maria Magdalena soggiaceva ad una vera passione per l'aspetto così attraente del sacerdote Jesús Montoya perché certamente il curato Montoya più che un semplice pastore d'anime sembrava un divo del cinema con i suoi capelli color giaietto raccolti in una bella crocchia che poggiava sulla nuca da Minotauro abbronzata di padre Jesús Montoya che aveva occhi verdi e il naso quasi perfetto e una barba da cappuccino acconciata in uno dei migliori saloni di bellezza della grande città in cui il prelato esercitava con molto successo il suo ministero sacerdotale.
E in una chiesa vicina al convento di suor Maria Magdalena il reverendo diceva messa e confessava puntualmente e inoltre dal suo pulpito di mogano lanciava sermoni domenicali pervasi dall'ineffabile magia dell'oratoria divina e il bel prete Montoya si ergeva e con le braccia alzate pronunciava fiumi di frasi che avevano il vecchio profumo delle cose sacre.
Lentamente ma in modo inesorabile questa logorrea infinita entrava nelle orecchie di suor Maria Magdalena ed elettrizzava le sue più recondite cellule mentre rimaneva molto vicina alla balaustra con la testa rivolta verso l'alto e gli occhi chiusi e le mani giunte in segno di preghiera e il sacerdote continuava la sua predica e con grande astuzia lasciava svanire il dolce melisma dei salmi e la bonaria malizia del cantico dei cantici e così per confondere le beghine e i legionari e le Figlie di Maria mescolava con molta abilità i proverbi di Salomone con le Lettere ai Corinzi e le profezie di Baruk con il Vangelo secondo Matteo.
Non è stato facile tradurlo. Un fiume di parole da coordinare senza quasi usare punti e virgole, cercando di mantenere la fluidità dell'originale. Al limite della sfida.
Il bando scade fra dieci giorni e io fra quattro giorni parto. Non c'è tempo da perdere. Alzo la cornetta e chiamo la casa editrice. Spiego rapidamente chi sono e cosa sto facendo e chiedo se posso far partecipare al concorso il racconto che ho tradotto. Il giorno dopo sono a Viareggio con il testo da consegnare. L'editore lo scorre e mi chiede se non ne ho altri. No, non ne ho altri e non ho neanche modo di procurarmeli prima della scadenza. Miracolo: l'editore mi dice che posso cercare altri racconti e tradurli mentre sono a Santo Domingo, che eccezionalmente proroga per me la scadenza al 13 agosto, tre giorni dopo il mio rientro. Vuol dire che bisogna correre.
Vuol dire che devo avvisare l'autore per prima cosa che è "concorrente" ( eh, sì, nella fretta non gli ho neanche chiesto il permesso, ma so che ne sarà contentissimo) e poi che sparga la voce fra i suoi colleghi.
Lavoro con frenesia nei venti giorni caraibici. Non vedo quasi neanche il mare. Però vedo tantissimi scrittori! In fondo ero lì per quello, no?
I dominicani sono felici del fatto che qualcuno si occupi della loro letteratura. Mi spalancano tutte le porte. Mi intervistano alla radio, organizzano incontri in varie città, per raccogliere anche gli scrittori della "periferia", si coinvolge il Ministero della cultura, l'Accademia dominicana della lingua. Boh, ma sta capitando proprio a me?
E accumulo libri, esperienze, idee, con un entusiasmo in continuo crescendo.
Il mio bottino letterario pro-concorso consiste in cinque nuovi racconti e dodici poesie, che arrivano con me in Italia già belli e pronti per essere consegnati, tradotti di giorno, di notte, in aeroporto. Una maratona. In attesa del 17 settembre, il giorno della premiazione.
Nel frattempo stringo il rapporto con l'editore, proponendogli la pubblicazione della mia tesi di master ( l'ormai famoso Chat) e di un altro romanzo che avanza una teoria nuova sulla scoperta dell'America. Me ne ha parlato uno degli scrittori a concorso. Ce l'ha nel cassetto da cinque anni e non l'ha ancora pubblicato neanche in Spagnolo.
L'editore nicchia, naturalmente. Io non demordo. Devo trovare il modo per convincerlo, ma come?
Quarta puntata
Settembre 2005:
Il concorso.
Sono certa di aver presentato dei buoni autori. Gente che scrive bene. Ma i concorrenti sono oltre duecento e quattrocento le opere inviate. La probabilità di ottenere un buon piazzamento non è elevata. Spero proprio che almeno uno dei premi tocchi a un dominicano. Ho un grosso debito di riconoscenza per tutto quello che hanno fatto per me durante il mio soggiorno laggiù.
La giuria è composta da sette membri. Apprezzeranno? I racconti e le poesie a concorso arrivano anonime in mano ai giurati. Spero per Pedro, per Avelino, per tutti quelli che mi hanno affidato un po' di loro stessi sotto forma di racconto o di poesia.
Ai primi del mese escono i nomi dei finalisti: dieci per la narrativa e dieci per la poesia. Leggo con trepidazione l'articolo di giornale che riporta i nomi. Ecco, ci siamo. Quattro dei "miei" sono arrivati:due per la poesia e due per la narrativa. Per me è già una soddisfazione. Le e-mail con Santo Domingo volano. L'ansia cresce, le speranze si alimentano.
Mi scrive Avelino Stanley, uno dei finalisti:
Oye, ¿te imaginas que hasta yo estoy algo nervioso? ¿Cómo haremos cuando se sepa el veredicto? ¿A qué hora será? Es que estaré en Santiago, pues mañana es las inauguración de la Feria del Libro que nuestra Secretaría tiene allí y me voy desde hoy viernes, de nuevo, pues había regresado anoche. Pero mucho me gustaría saber la hora, para conectarme por ahí y ver el resultado si me lo envías.
È il 17 settembre. Il salone di rappresentanza del Comune di Viareggio è gremito.
Il tavolo della giuria al completo. Io sto in fondo, con la mia piccola claque (hai visto mai?). Si comincia dalla sezione poesia, dove ho due finalisti. I primi a ritirare il riconoscimento sono i "menzionati speciali". Dopo un paio di nomi sento pronunciare il titolo di una delle *mie* poesie: Magico specchio, di Guido Riggio Pou. Mi avvio a ritirare la pergamena, contenta come una pasqua. Almeno non torno a casa a mani vuote. Non faccio in tempo a sedermi che sento la voce del presentatore intrecciarsi nella pronuncia di un nome strano: Aléxis Gomez Rosa. Ancora uno dei miei, l'altro finalista della sezione poesia. Terzo classificato con la poesia Ferryboat di una notte invertebrata, che mi aveva dato del filo da torcere, che non mi era piaciuta per niente, che ero stata tentata di non presentare nemmeno. Menomale che non avevo ascoltato l'istinto.
Ritiro targa e pergamena, poi un'attrice legge la poesia. Con un'espressione, un ritmo, un tono di voce tali che quasi non la riconosco. Ma sono quelle le *mie* parole? È quella la poesia che ho tradotto a casa di Pedro, lamentandomi che non ci capivo nulla, chiedendo disperatamente lumi a lui, a suo fratello, a sua moglie? Sarà di certo merito della voce recitante.
Ferryboat de una noche invertebrada
Hacia el final de tus latidos,
el ferryboat corta la rosa de los vientos,
entre otras amputaciones y cicatrices
frente a la noche de un solo temblor.
En el ojo izquierdo:
pulso de águila,
guardo pequeñas travesías
que en tu cuerpo se pierden,
y hace olvido,
porque nuevos naufragios
el ojo derecho inicia y te bendice
señora,
por altas planicies
menos mía,
que el vaivén sobrecogido
en tu piel que delira y adormece
los sentidos.
Aprendiz de brujo,
te observo y me extravío
por tu fosforescente desnudez;
más lírica cuanto más te abandonas;
sorprendida,
y en la lengua te anudas
con un prontuario inútil
de sílabas líquidas,
entrecortadas,
como si en ellas se borraran
tus párpados de amarilla enfermedad,
y el mar y su infinito sombrío
que alimentaran
su inequívoco paisaje.
Animal hecho de la materia prima
de la muerte.
Sobre tu cuerpo la noche
avanza mi palabra en el tiempo,
el ferry muge anclado bajo el bostezo
de los astros:
el agua parlanchina
que intercambia el cifrado mensaje
de tu elocuencia danzaria.
Mujer,
manantial de niebla, trampa
del paraíso.
Gime tu piel en su castillo
el día,
se levanta intranquilo
ante tus ojos narcóticos
de contracción sedienta, irredimible.
En ellos cabe la urdimbre
de la incontinencia y del desasosiego,
el tránsito del amor en la ciudad
donde sangra,
el sol de tu quimera.
Ferryboat di una notte invertebrata
Alla fine dei tuoi palpiti,
il ferryboat taglia la rosa dei venti,
fra altre amputazioni e cicatrici
innanzi alla notte di un unico tremore.
Nell'occhio sinistro:
battito d'aquila,
nascondo piccole traversate
che nel tuo corpo sfumano
ed ecco l'oblio,
perché nuovi naufragi
l'occhio destro inizia e ti benedice
signora,
per elevati altopiani
meno mia,
del va e vieni impaurito
nella tua pelle che delira e addormenta
i sensi.
Apprendista stregone,
ti osservo e mi smarrisco
per la tua nudità fosforescente;
tanto più lirica quanto più ti abbandoni;
sorpresa
e nel linguaggio ti spogli
con un prontuario inutile
di sillabe liquide,
interrotte,
come se in esse si cancellassero
le tue ciglia di malattia ingiallite
e il mare e il suo infinito stupore
che alimentano
il suo inequivoco paesaggio.
Animale fatto della materia prima
della morte.
Sul tuo corpo la notte
manda avanti la mia parola nel tempo,
il ferry muggisce ancorato sotto lo sbadiglio
degli astri:
l'acqua chiacchierina
che risponde al messaggio cifrato
della tua eloquenza danzatrice.
Donna,
fonte di nebbia, scala
del paradiso.
Geme la pelle tua nel suo castello
il giorno,
si alza agitato
davanti ai tuoi occhi narcotici
di contrazione riarsa, irredimibile.
In essi è contenuta la trama
dell'incontinenza e del dubbio,
il transito dell'amore nella città
da cui sanguina,
il sole della tua chimera.
Soddisfatta e ignara che il bello deve ancora venire, mi siedo al mio posto e ascolto le menzioni per la sezione racconto; poi ha inizio la classifica dei dieci finalisti, a partire dal basso. Non mi rendo neanche conto che è già stato assegnato il terzo premio e che i miei non sono ancora stati chiamati. Poi sento dire: "Ecco ancora un nome straniero!". Torno sul palco. È Manuel Salvador Gautier, uno scrittore anziano, che ha cominciato la sua carriera letteraria all'età della pensione, dopo aver smesso di fare l'architetto. La sua famiglia non voleva un artista, gli hanno impedito, da giovane, di realizzare le sue aspirazioni letterarie. Ma lui ha tenuto duro. Se le è custodite bene dentro; ora si dedica appieno alla scrittura e guida un gruppo di giovani. Ha già vinto dei premi al suo paese; adesso anche all'estero. Per la prima volta. Il suo racconto è splendido.
URIAS
Cuando, hace apenas unos días, nuestro rey David dio instrucciones al jefe militar Joab de enviarme a Jerusalén, yo conocía el motivo. Aquellos que permanecen en nuestras poblaciones no tienen idea de lo rápido que llegan al campo de guerra las noticias de lo que ocurre por allá, y más aún, tratándose de algún escándalo provocado por el Rey. Entre los oficiales y los soldados, la comidilla palaciega más reciente era la historia de la mujer que se bañaba en la azotea de su casa y que el Rey divisó desde una ventana alta de su mansión, la mandó a buscar y la poseyó. Hasta yo me reí cuando la oí contar, dispuesto a celebrar las aventuras del hombre mujeriego que es nuestro Rey. En un momento dado, me di cuenta que la historia de la mujer en la azotea tenía que ver conmigo. Nadie me trató la relación; noté, tan sólo, que, después de comentado el chisme por primera vez delante de mí, ninguno de los compañeros a mi alrededor estaba dispuesto a compartirlo conmigo de nuevo. Hablé con el oficial a cargo del correo, un viejo amigo de muchas lides; él había estado en Jerusalén últimamente y debía saber todos los detalles del caso. Le expuse mi inquietud. "¿Quién es la mujer? ", le pregunté, sin más rodeos. El amigo me dio el nombre y me dijo más, me informó que la mujer estaba encinta del Rey. Me recomendó prudencia. Era Betsabé, mi consorte.
No es la primera vez que Betsabé me traiciona; pero, al menos, las otras veces lo hizo con sujetos que pude eliminar. Yo disimulaba una ofensa cualquiera con el individuo en cuestión para provocar un duelo que yo siempre ganaba, pues soy un adversario imbatible. Si esto no era conveniente, yo pagaba sicarios para que despacharan al individuo lejos de mi casa, de manera que no cayeran sospechas sobre mi familia, especialmente, sobre Betsabé. Así limpiaba mi honor.
Esta vez era inadmisible adoptar una de esas opciones, pues el Rey, para un soldado, es intocable. Además, nuestro Rey David está muy bien custodiado. De hecho, las veces que estuvimos juntos en su palacio había varios miembros de su escolta muy cerca de nosotros; cualquier movimiento extraño que yo hiciera, me inmovilizaban.
Yo, Urías heteo, soy un hombre de bien. Un soldado. Admito que, para ser un regicida, hay que convertirse en un rebelde que desafíe la autoridad del Rey, y yo no lo soy. Siempre obedeceré las órdenes de guerra que se me den. Las órdenes de guerra, no las artimañas para engatusarme.
URIA
.....Quando, soltanto pochi giorni fa, il nostro Re David dette ordine al comandante militare Gioab di inviarmi a Gerusalemme, io sapevo il motivo. Quelli che restano nei villaggi non hanno idea di quanto rapidamente si diffondano sul campo di guerra le notizie di ciò che capita laggiù, a maggior ragione se si tratta di uno scandalo provocato dal Re. Fra gli ufficiali e i soldati, il bocconcino prelibato più attuale era la storia della donna che faceva il bagno sulla terrazza di casa sua e che il Re vide da una finestra dei piani alti della sua magione, la mandò a prendere e la possedette. Perfino io risi quando la sentii raccontare, pronto ad applaudire le avventure di quel donnaiolo del nostro Re. Ma ad un certo momento mi resi conto che la storia della donna sul terrazzo aveva qualcosa a che fare con me. Non mi disse nulla nessuno; notai, soltanto, che dopo avere raccontato il pettegolezzo davanti a me la prima volta, nessuno dei compagni che mi circondavano era disposto a condividerlo di nuovo con me. Parlai con l'ufficiale incaricato della posta, un vecchio amico di tante risse; era stato a Gerusalemme ultimamente e di certo sapeva tutti i particolari del caso. Gli espressi i miei dubbi. "Chi è quella donna?" gli domandai senza tanti preamboli. L'amico mi fece il nome e mi disse anche di più, mi informò che la donna era incinta del Re. Mi consigliò la prudenza. Era Betsabea, mia moglie.
Non è la prima volta che Bestsabea mi tradisce; però, almeno, le altre volte lo aveva fatto con qualcuno che potevo eliminare. Io fingevo di essere in qualche modo offeso con l'individuo in questione per provocare un duello che vincevo sempre io, infatti sono un avversario imbattibile. Se questo non mi conveniva, pagavo dei sicari perché uccidessero l'individuo lontano da casa mia, in modo che non cadessero sospetti sulla mia famiglia, specialmente su Betsabea. E così lavavo il mio onore.
Questa volta non era possibile adottare una di queste soluzioni, perchè il Re, per un soldato, è intoccabile. E poi, il nostro Re David è molto ben protetto. In effetti, quelle volte che siamo stati insieme nel suo palazzo c'erano molti componenti della sua scorta vicino a noi; qualunque movimento strano io facessi, mi immobilizzavano.
Io, Uria eteo, sono una persona per bene. Un soldato. Ammetto che per essere un regicida bisogna trasformarsi in un ribelle che disconosca l'autorità del Re, e io non lo sono. Obbedirò sempre agli ordini di guerra che mi vengono impartiti. Agli ordini di guerra, non alle manfrine per abbindolarmi.
Il secondo premio è suo. Ne sono felice, se lo merita oltre che per la sua tenacia, per la grande carica umana che ha. Non vedo l'ora di telefonargli per dirglielo... ma manca solo un premio e un autore. E l'autore che manca è Avelino Stanley, ancora un dominicano, ancora un premio, IL PRIMO!! Mi frulla tutto nella mente in una frazione di secondo, mentre sento il presentatore che dice "Resti pure qui signora e spero che abbia un furgoncino per portarsi via tutti i premi!". Ringrazio dentro di me tutti i dominicani che mi hanno dato fiducia. Mi viene chiesto di raccontare in breve la storia vincitrice. Mi imbroglio, sbaglio, mi emoziono, concludo dicendo che è meglio che ciascuno legga il racconto da sé.
È veramente troppo: tre premi su sei e una menzione.
Ecco: questo è l'argomento che convincerà l'editore a pubblicare i libri che mi stanno a cuore.
Quinta puntata
Ottobre 2005:
"Arriverò in capo al mondo"
Non posso neanche immaginare i fiumi di rum che scorrono a Santo Domingo per questa molteplice vittoria. Mi bombardano di email straripanti di allegria e di soddisfazione. Non era mai successa una cosa così. Mi ringraziano per aver portato la loro voce fuori dai confini della *media isla*, come la chiamano loro. Mi chiedono se sto riuscendo a far pubblicare qualcosa.
Ci sto provando, in effetti.
Dopo il successo del concorso l'editore sembra più disposto. Insisto con Chat, di cui gli ho già dato la traduzione, e chiedo ad Avelino Stanley di mandarmi il dattiloscritto di *Al fin del mundo me iré *, il libro di cui mi aveva parlato a luglio, che mi aveva molto colpito, ma del quale non avevo osato chiederli il testo, per pudore (ingiustificato?).
La mia prima richiesta rimane lettera morta. Si sarà seccato? Non vorrà darmelo? Non si fiderà?
Io persevero. Gli scrivo di nuovo, spiegando che sto spingendo su un editore, che il romanzo è molto interessante a quanto mi ha raccontato, che ci terrei a leggerlo tutto.
E la risposta arriva:
* Maria Antonietta, en realidad como comprenderás es mucha la gente que suele venir donde uno que si son agentes literarios, que sin son de tal o cual editora, etc. Sin embargo, en tu caso, has sido todo el tiempo muy franca. Pues ni siquiera diste seguridad de nada con respecto a las ediciones. Pero tienes algo que me encanta, y es tu tenacidad. Con tu tenacidad sé que puedes llegar tan lejos como te lo propongas, o más aún. En fin, te mando esta novela porque siento tu preocupación como la mía. Te recuerdo que esa novela es MI NIÑA BONITA, en la que tengo mucha fe, pues la he trabajado por más de 15 años, así es que a ver qué pasa *.
Non sto nella pelle. Una dimostrazione di fiducia notevole. Un riconoscimento alla mia fatica e al modo in cui mi sono proposta. So che questo romanzo è già in mano ad un altro editore italiano ( GROSSO) che aveva partecipato alla Feria del Libro di Santo Domingo ad Aprile, dove l'Italia era ospite d'onore. Dico tutto questo all'editore. Gli do il primo capitolo tradotto. Partono le trattative per l'acquisto dei diritti. Devo un po'- tanto - sudare, convincere, limare, oltre che fare da mediatore linguistico, perché l'editore non sa lo spagnolo e tutta la corrispondenza passa attraverso di me. Alla fine si firmano due contratti: *Chat* e *Al fin del mundo me iré*. Uscita: dicembre. Un'altra maratona. E firmo anche i miei primi due contratti di traduzione. Un parto gemellare, mi dico, al quale si aggiunge un terzo fratellino: una raccolta di racconti che comprenda i non vincitori del concorso e altri da cercare, leggere, valutare e tradurre. L'editore si è lanciato!
Insomma, mi sto facendo una bella esperienza... e sto affinando le mie arti diplomatiche.
Nel frattempo le voci corrono. I quotidiani dominicani pubblicano la notizia dei premi italiani a scrittori dominicani, l'Ambasciata d'Italia legge e io ricevo una e-mail da Avelino Stanley che mi chiede se sono disposta a tornare a Santo Domingo per consegnare i trofei ai vincitori: l'Ambasciatore organizzerà un cocktail per l'occasione.
He conversado con el Señor Embajador de Italia en Dominicana. El había visto la noticia del premio por los periódicos dominicanos (¡qué crees, lo hemos promovido!). Me ha dicho que le gustaría que hiciéramos una promoción del premio conjuntamente con la Embajada de Italia aquí en Dominicana. Venía conmigo la Encargada de Relaciones Internacionales de la Secretaría de Cultura. Con ella hemos visto lo siguiente: si tú pudieras venir al país, pudiéramos hacer una acto donde esté presente la Embajada y la Secretaría de Cultura. Así, con la presencia del Embajador y el Secretario de Cultura, hacemos un cocktail donde se entreguen los tres premios a los tres ganadores.
Disposta?? Già pronta!!! Volo. E il 4 novembre riparto con una valigia di targhe e pergamene.
Non avrei mai pensato di tornare entro così poco tempo. E per un'occasione del genere.
Che il titolo del libro di Avelino non sia di buon auspicio anche per me?
***
Dicembre 2005 - Una grande emozione
Quando l'editore mi chiama per dirmi che i libri sono stampati provo una grande emozione, superata poi da quella che sento quando, poco dopo, sono a Viareggio e li vedo, li prendo in mano, sfoglio le pagine. Sono venuti bene? C'è tutto?
Come quando chiesi all'ostetrica se il mio bambino appena partorito aveva le mani e i piedi, con tutte le dita!
Trovo qualche refuso... una pugnalata.
Però sono i miei primi libri tradotti. La realizzazione di un desiderio grande. La materializzazione di tanto lavoro e di tanto impegno. L'esito di una sfida a me stessa.
Fra qualche giorno arrivano gli autori, per la presentazione dei loro libri. Il legame con Santo Domingo si stringe, si rafforza.
Abbiamo organizzato vari incontri: in un liceo scientifico a Firenze, alla Provincia di Lucca, al Comune di Viareggio, alla sala convegni del Principe di Piemonte, all'Università di Siena.
Porto in giro gli scrittori con la mia utilitaria, che si sente molto onorata e non fa neanche un capriccio in quei giorni.
Il libro di punta è * Arriverò in capo al mondo*, con la sua teoria _ innovatrice _sulla scoperta dell'america ( che l'autore documenta e che dice essere disposto a sostenere di fronte a qualsiasi storico) e i suoi affascinanti racconti sulla mitologia, gli usi e i costumi dei Taino, la popolazione precolombiana che abitava l'isola a quei tempi.
Un romanzo che propone la stessa realtà da due punti di vista: Colombo da un lato e Guacanagarix, cacicco di Marién, dall'altro. Gli stessi eventi da due diverse prospettive, a capitoli alterni. Una delle insegnanti del liceo fiorentino lo adotta nelle sue tre classi come lettura per le vacanze di natale. Un'altra bella soddisfazione.
È stato tutto così rapido, così inaspettato, così travolgente che non mi sembra neanche vero.
E poi, cosa di non scarso rilievo in una situazione editoriale in cui il traduttore è abbastanza misconosciuto, questa volta la figura professionale è stata ben visibile ( TROPPO?): un piccolo sasso lanciato nel mare, da un'esordiente attempata.
Come diceva il buon maestro Manzi: * Non è mai troppo tardi *.
CONCLUSIONE: E ORA CHE SI FA?
È stato bello sapere che chi ha letto il mio diario si è sentito spronato e incoraggiato. Ringrazio gli intameliani che mi hanno scritto e quelli
che sono rimasti in silenzio. Mi ha fatto molto piacere condividere questa esperienza con tutti voi.
Sta per uscire il terzo libro, l'antologia *Voci da Quisqueya*, il terzo e ultimo libro per il quale ho il contratto di traduzione e cura. Dopo... il
buio editoriale. La mia ultima fatica è stata quella di scrivere la prefazione, che voglio *regalare* in anteprima a chi mi ha seguito fin qui:
Quisqueya: un nome intrigante, che evoca luoghi lontani e misteriosi; il nome con cui i Taíno chiamavano la loro isola e che voleva dire "la
terra più grande".
Oggi i Taíno non ci sono più, la loro terra è meglio nota come Hispaniola, ma la magia resta. È quella di un paradiso da scoprire, da vivere, da
gustare nelle sue forme, nei suoi profumi, nei suoi sapori, nelle sue espressioni.
Le voci di questa raccolta sono quelle di autori che offrono al lettore uno spaccato della letteratura contemporanea del loro paese, in cui il
racconto rappresenta uno dei generi letterari più diffusi, grazie alla scuola del grande maestro del racconto latino-americano, lo scrittore e uomo
politico dominicano Juan Bosch.
Sono voci dai timbri diversi, ma accomunate da un profondo senso di interiorità, dal sapiente scavare nelle pieghe dell'animo umano, nella
psicologia individuale, nei meandri spesso contorti della mente.
Voci che non gridano, ma che lasciano il segno.
Il filo conduttore della raccolta è la mimesi sogno-realtà, la condizione sospesa dell'essere umano, in bilico fra l'essere e l'immaginarsi, fra
la percezione che ha di se stesso e il modo in cui lo vedono gli altri.
Dal primo all'ultimo racconto, l'aspetto psicologico costituisce un elemento essenziale della narrazione: lo scrittore che non riesce a dar corpo alla sua opera e mette in atto un crimine per vivere di persona la storia che intende narrare; il macinatore di riso la cui forza incarna la compensazione di un'orrenda mutilazione patita per una sua strana forma di generosità mal interpretata; le sofferenze fisiche e psicologiche di giovani violentate, il cui riscatto si compie secondo modalità diverse; la follia onirica di suor Maria Magdalena, innamorata del bel prete Montoya.
Gli autori inseriti in questa raccolta appartengono all' "oggi" della letteratura dominicana, il cui panorama è davvero ampio. Molti di loro
provengono da studi umanistici e dispiegano il loro talento in forma autonoma. Altri fanno parte di gruppi letterari, dei quali seguono i postulati, come nel caso di José Martín Paulino, appartenente al gruppo dei "Contestualisti" diretto da Cayo Claudio Espinal, o degli ultimi quattro nomi - Manuel Salvador Gautier, Miguel Emilio Solano, Pedro Camilo e Jaime Tatem Brache - tutti appartenenti al "Movimento Interiorista" diretto da Bruno Rosario Candelier, il movimento più longevo del Paese, che ha festeggiato nel 2005 il quindicesimo anno di vita.
Attorno al gruppo interiorista dell'Ateneo Insular, con diramazioni in vari paesi latinoamericani, negli Stati Uniti e in Spagna, si radunano molte
importanti voci letterarie dominicane, che forgiano le loro opere sui tre postulati fondamentali dell'interiorismo - mitologia, mistica e metafisica.
Letteratura metafisica intesa come superamento della letteratura reale e della letteratura immaginaria grazie all'aggiunta dei concetti di trascendenza, di tenerezza e di amore universale, che consentono di svelare la parte recondita e misteriosa della realtà.
Una realtà intrigante come il nome antico dell'isola, come la sua natura, come i sentimenti che un fiore può suscitare in quella terra "in cui si
vive l'immensità senza ombra di frontiere", come dice Miguel Solano in una sua poesia, con la quale concludo.
Rosa Rossa!
Oh, Rosa Rossa!
In questi momenti
dov'è il tuo sorriso che con tanta
insistenza mi accarezza?
Oh, Rosa Rossa!
Fiore senza profumo certo
e con l'universo che lo spande
Oh, Rosa Rossa!
Cammino e lì c'è il tuo sorriso
questa curva che va dritto
al mio cuore.
Oh, Rosa Rossa!
Conservo ancora dentro di me
e sopravvivrà in eterno
questo tuo colore
che riempie la mia pace.
Oh, Rosa Rossa!
Sei il fiore che esprime
ciò che il colore deve dire
Oh, Rosa Rossa!
Devo continuare con l'immaginazione
del mio udito che rompe il silenzio
della tua voce?
Oh, Rosa Rossa!
Devo continuare con i miei sogni
che divorano la tua immagine
Oh, Rosa Rossa!
Come posso digerire l'intima
luce dei tuoi occhi?
Oh, Rosa Rossa!
Continuerò ad anelare il ferreo
colpo d'ala delle tue braccia
che percorrono la mia immaginazione
per vederti là
nel punto in cui si vive
l'immensità senza ombra di frontiere.
Questo è stato l'inizio. Niente male, direi. Ora c'è da andare avanti.
Bisogna trovare nuovi editori, proporre altri libri, ricercare nuovi autori anche di altri paesi. Parto avvantaggiata presentandomi con tre titoli
pubblicati, ma credo che sarà dura ripetere un'esperienza così straordinaria. E allora, quando mi sentirò un po' giù, quando mi sembrerà tutto difficile, rileggerò il mio *diario-prozac*, e via!
Maria Antonietta
----------------------------------------------------
Il diario di Intramel è aperto a tutti!
Maria Antonietta, l'autrice di questo Diario, è
a tua disposizione per rispondere a ogni domanda.
Se vuoi commentare o intervenire scrivi a
intramel@yahoogroups.com
hai anche tu una traduzione da raccontare?
fai la tua proposta a intramel_box@yahoo.it
[i Diari di Intramel]
Quasi un traduttore
di Simona Brogli
(Diario della Traduzione apparso e discusso su Intramel
nella settimana tra il 3 e il 9 ottobre 2005)
- Prefazione -
Inizia qui il secondo Diario della Traduzione di Intramel, dove si racconta di come una giovane donna modenese fece il suo temerario tuffo nelle perigliose acque della traduzione letteraria, affrontando le ardue selezioni per lo stage traduttivo di Fabio Paracchini, vincendo a man bassa e portandosi a casa, indimenticabile trofeo, una splendida esperienza e, presto, la gloria del proprio nome stampato in migliaia di copie...
Il racconto parte proprio da Fabio, che spiega qui di seguito a tutti noi Intrameliani cos'è e come funziona il gruppo yahoo stageditraduzione; prosegue poi con la narrazione in prima persona di questa incredibile esperienza da parte di Simona.
Giuseppe Iacobaci
- Prologo -
Fabio Paracchini presenta il suo gruppo
stageditraduzione@yahoogroups
------------------------
Io traduco per l'editoria da diversi anni (http://tinyurl.com/6gjvr).
In seguito ad alcune discussioni sulla lista Biblit
(http://biblit-blog.blogspot.com/2005/03/traduttori-si-diventa.html)
ho pensato di organizzare una specie di stage autoprodotto, per cui di tanto in tanto faccio avere agli iscritti alla maling list (aperta a tutti) stageditraduzione http://groups.yahoo.com/group/stageditraduzione) una prova di traduzione di poche pagine [sempre in lingua inglese, NdY], dopodichè il neotraduttore selezionato lavora su una cinquantina di pagine del libro, che vengono riviste insieme a me parola per parola (finora nel corso di incontri "live"). Il libro viene pubblicato con l'indicazione "traduzione di Fabio Paracchini con la collaborazione di XY (Biblit)". Il neotraduttore non viene pagato per il suo lavoro (perché di lavoro vero e proprio si tratta, e anche abbastanza tosto, dato che i libri che scelgo per lo stage sono traduzioni di una certa complessità, per un motivo o per l'altro), io non chiedo un euro per la mia supervisione e _finora_ viviamo tutti felici e contenti. Al momento abbiamo concluso due stage, uno di narrativa ("Rosa" di Jonathan Rabb, tradotto con Sara Crimi per Garzanti, http://www.garzantilibri.it) e uno - appena finito - di saggistica ("Almost Like a Whale" di Steve Jones, tradotto con Simona Brogli per Codice Edizioni, http://www.codiceedizioni.it).
Per il prossimo futuro potremmo dare il via alle prove
per il terzo stage, questa volta una via di mezzo tra saggistica e narrativa: si tratta di un libro su Alan Turing scritto dal romanziere David Leavitt.
Se la cosa vi interessa, iscrivetevi a strageditraduzione e riceverete tutte le news e gli aggiornamenti sugli stage.
Per avere un'idea delle prove di traduzione assegnate e di come viene fatta (in questo caso, magistralmente, da Anna Ravano, che per il primo stage ha rivisto le prove insieme a Lorella Mogavero e Luca Conti) una
revisione, date un'occhiata alle note di Anna sul blog di Biblit:
http://biblit-blog.blogspot.com/2005/04/stage-di-traduzione-rosa-jraab.html.
- Personaggi e interpreti -
Chi è Simona Brogli?
Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne presso l'Università degli Studi di Bologna con la tesi: "L'accoglienza italiana alle Fleurs du Mal di Charles Baudelaire fino al 1900" (premio "Vittorio e Margherita Lugli" per la miglior tesi di letteratura francese dell'A.A. 1987/88 - estratto della tesi pubblicato in "Francofonia, studi e ricerche sulle letterature di lingua francese", n. 18, primavera 1990, anno X, Firenze, Olschki Editore).
Da diversi anni svolge una intensa attività di traduttrice freelance per le combinazioni francese-italiano, italiano-francese, inglese-italiano e italiano-inglese collaborando con vari studi linguistici.
Tiene corsi di lingua francese e inglese - individuali e di gruppo - presso alcune aziende e organizzazioni.
Con il suo cane Odo, "singing beagle" di 9 anni, pratica agility dog agonistica. Insieme sono l'incubo acustico dell'intero circuito nazionale. S'interessa di comportamento canino e di educazione cinofila di base, ma ancora non sa intendersi con i vicini di casa. Il fatto stesso che sia sopravvissuta all'addestramento di un beagle maschio e dominante è conferma di una testardaggine inconsueta che si accompagna ad una buona dose di follia.
Per interesse personale, traduce narrativa e poesia dal francese e dall'inglese. Nel maggio 2004, la traduzione dal francese di due sonetti della poetessa Louise Labé le è valsa il secondo posto nella prima edizione del Premio Letterario "Città di Forlì".
Ama leggere gialli, saggistica e fumetti.
Ascolta Rap e R&B, con occasionali sconfinamenti in area soul.
Si considera una praticante "bruta" di fotografia, non nel senso che maltratta gli apparecchi fotografici ma in quanto non ha mai approfondito l'aspetto teorico-tecnico; amici, parenti e conoscenti le attribuiscono un qualche talento.
Nell'aprile 2005, con la prova di traduzione del saggio "Quasi una balena" di Steve Jones, ha avuto l'opportunità di partecipare allo stage organizzato da Fabio Paracchini.
(ulteriori informazioni su http://www.librialice.it/forthcom/sc/sc994557.htm)
Quasi un traduttore
di Simona Brogli
- Prima puntata -
Martedì 12 aprile 2005
"And the winner is..." e la mia vita cambia.
Con questa mail, Fabio ha dato inizio ad un periodo caotico, allegro, disperato e un tantino allucinato della mia vita.
Sì, perché è facile dire "beata te che hai vinto lo stage", ma pochi sanno quello che succede dopo, almeno per una novellina come me...
Tre pagine di un inviperito saggio di etologia, la riscrittura dell'Origine delle specie di Darwin, nientemeno, tre pagine in cui hai messo l'anima (e anche qualcosa di più, visto che l'inglese non è la tua prima lingua) ed ecco che il viaggio comincia e le pagine diventano sessanta e i tempi da rispettare - costi quello che costi - sono da combinare con quelli del lavoro di traduzioni tecniche e c'è il marito, la mamma anziana, gli allenamenti con il cane, tutto il resto insomma.
È il panico.
Il lavoro effettivo comincia venerdì 22 aprile. Comincio a leggere il primo dei tre capitoli che dovrò tradurre. Il mio primo pensiero è "Cavolo, in che guaio mi sono cacciata!", ma l'entusiasmo è tanto e parte il lavoro di ricerca. Nomi di animali e di piante di cui non conoscevo minimamente l'esistenza cominciano a farsi largo nel testo. É il momento in cui devo mettere a frutto tutto quello che ho imparato sulla navigazione in Internet dai "capitani di lungo corso" di Biblit e Langit. Purtroppo, sono io l'imbranata... Spesso, non trovo traducenti in italiano e allora mi invento un confronto incrociato con il latino e la cosa funziona! Scopro che esiste un topo del peso di venti chili e familiarizzo con i "riti" del birwatching e faccio la conoscenza di (quasi) tutti i tipi di gabbiani in circolazione.
Twitching is a competitive business. Three of the top five enthusiasts for the sport are called Steve (and three of the top hundred are women). All have more than five hundred feathers in their caps. Or them, the glaucous gull is dull, given the choice of great black-headed, Mediterranean, laughing, Franklin's, little, Sabine's, Bonaparte's, black-headed, slender-billed, ring-billed, common, herring, Thayer's, yellow-legged, Iceland, lesser black-backed, greater black-backed, Ross's and ivory gulls to be checked off on the British list.
L'osservazione degli uccelli è una faccenda competitiva. Tre dei primi cinque appassionati praticanti di questo sport si chiamano Steve (e tre dei primi cento sono donne). Tutti hanno più di cinquecento tacche al loro binocolo. Per loro, il gabbiano glauco è poco interessante, dato che la lista britannica degli uccelli offre la possibilità di mettere un segno di spunta su tutto un assortimento di gabbiani del Pallas, corallini, sghignazzanti, di Franklin, gabbianelli, gabbiani di Sabine, di Bonaparte, gabbiani comuni, rosei, gavine americane, gabbiani reali nordici, gabbiani di Thayer, gabbiani reali, islandici, zafferani, mugnaiacci, gabbiani polari di Ross e gabbiani eburnei.
- Seconda puntata -
I giorni passano, i fine settimana pure. Frase dopo frase, paragrafo dopo paragrafo: chi l'ha detto che lavorare al computer non è vera fatica?
Rifletto su quanto sia diverso questo tipo di lavoro rispetto a quello cui sono abituata. Nelle traduzioni tecniche, ormai, sono veloce e "produttiva". Qui è la musica che conta, il ritmo, la sfumatura, l'ironia. Come si può deludere un autore che è capace di definire Noè (sì, proprio quello dell'Arca) come il secondo grande esperto di classificazione dopo Adamo?
Noah, the world's second taxonomist (after Adam) has to decide who to allow on to his Ark. He took on board seven pairs of each of the biblical clean animals (ruminants, those who chew the cud and have cloven feet and a pair of each of a selection of the unclean beasts (including, it seems, all the insects - those that ‘walk on many feet). His Ark is estimated by Biblical scholars to have been four hundred and fifty feet long. Nowadays it would have to be a lot bigger. As well as three hundred and thirty thousand kinds of beetle, the Ark might - depending on Noah's view on classification - have to accept the half-dozen named varieties of tiger and twice as many leopards. Chevrotains - a group of foot-high deer found in Asia and Africa - have a hundred and twenty subspecies (or so some experts claim), each of which would have to argue itself on board.
Noè, il secondo tassonomista del mondo dopo Adamo, si trovò a dover decidere chi far salire sulla sua Arca. Prese quindi a bordo sette coppie di ciascuno degli animali definiti puri dalla Bibbia (ruminanti con l'unghia spaccata) ed una coppia ciascuno di una selezione di animali impuri (compresi, sembra, tutti gli insetti, ossia quelli che "camminano su molti piedi"). Gli studiosi della Bibbia calcolano che l'Arca fosse lunga quasi centoquaranta metri. Oggi dovrebbe essere molto più grande. Oltre ai trecentotrentamila tipi di coleotteri, l'Arca potrebbe dover ospitare (in base alle opinioni di Noè sulla classificazione), la mezza dozzina di varietà di tigri cui è stato attribuito un nome e un numero doppio di leopardi. Le gazzelle d'acqua, un gruppo di cervi dalle zampe lunghe rilevato in Asia ed in Africa, contano centoventi sottospecie (o così almeno dicono gli esperti), ciascuna delle quali avrebbe buone ragioni per voler salire a bordo.
- Terza puntata -
Passo al secondo capitolo. Lo leggo. È anche più difficile del precedente. Sorge quello che per me sarà una specie di incubo fino alla fine del lavoro: la citazione. Le ricerche devono ampliarsi: Benjamin Franklin e Malthus, Marx e Engels, Tertulliano e Longfellow, Tennyson e Twain... Scopro che anche il più simpatico degli autori può riportare citazioni errate o - e questo è il massimo - citazioni tratte da edizioni diverse della stessa opera! Consulto per la prima volta il catalogo OPAC per trovare le traduzioni italiane già pubblicate dei brani che mi servono: per fortuna la mia città ha biblioteche iper-fornite! Nonostante tutto, l'incubo-citazione mi perseguiterà fino alla fine (e se una traduzione c'era e io non l'ho trovata, e se ho cercato male, e se ci fosse qualche altro sito dove guardare, e se..., e se...).
The population of England and Wales increased by a quarter in the first half of the eighteenth century, while North America multiplied six times. Benjamin Franklin, in his 1751 essay Observations concerning the increase of Mankind, peopling Countries, etc., concluded that ‘our people must at least be doubled every twenty years... in another century... the greatest number of Englishmen will be on this side of the water'.
Thomas Malthus, an English cleric, was alarmed by such figures. American growth could not, he said, be sustained. It was ‘a rapidity of increase probably without parallel in history'. The figures suggested to him that population grew by doubling - from two to four to eight to more than a thousand in just ten generations - whereas resources increased from two to four to six and so on: ‘I think I may fairly make two postulata. First, the food is necessary to the existence of man. Second, that the passion between the sexes is necessary and remain nearly in its present state... I say, that the power of population in infinitely greater than the power in the earth to produce subsistence for man'. His interest was in morals and not in biology. God ‘ordained that population should increase much faster than food' and had provided a sense of restraint to prevent it from so doing. Marx and Engels also saw the parallel between the economies of Nature and of man (although neither was fond of Malthus; to Marx he was ‘a shameless sycophant of the ruling classes' and his doctrine to Engels a ‘vile, infamous theory, a revolting blasphemy against nature and mankind').
Tertullian had, long before, seen what such an expansion implied: ‘We have grown burdensome to the world... nature no longer provides us sustenance, In truth, pestilence and famine and wars and earthquakes must be looked upon as a remedy for nations, a means of pruning the overgrowth of the human race'.
La popolazione di Inghilterra e Galles aumentò di un quarto nella prima metà del XVIII secolo, mentre quella del Nord America si moltiplicò sei volte. Nel suo saggio del 1751, Observations concerning the Increase of Mankind, peopling Countries, etc.1, Benjamin Franklin concludeva "la nostra gente deve essersi almeno raddoppiata ogni venti anni... in un altro secolo... il più alto numero di inglesi sarà da questa parte dell'oceano".
Thomas Malthus, un ecclesiastico inglese, era allarmato da tali cifre. Non era possibile, diceva, provvedere alla crescita americana. Si trattava di un "rapido aumento di popolazione, probabilmente senza precedenti nella storia"2. Le cifre gli suggerivano che le popolazioni tendono a crescere in progressione geometrica - da due a quattro, a otto, fino a più di mille in sole dieci generazioni - mentre le risorse aumentano in progressione aritmetica, da due a quattro, a sei e così via: "Penso di potere formulare in tutta onestà due postulati. Primo, Che il cibo è necessario all'esistenza dell'uomo. Secondo, Che la passione fra i sessi è necessaria e che press'a poco resterà nello stato attuale... Affermo che il potere di popolazione è infinitamente maggiore del potere che ha la terra di produrre sussistenza per l'uomo"3. Malthus era interessato al contenuto morale del problema piuttosto che a quello biologico. Dio ha stabilito "che la popolazione debba aumentare assai più rapidamente degli alimenti"4, ma allo stesso tempo ha dotato l'uomo di un senso di moderazione per impedirgli di riprodursi in tal modo. Anche Marx e Engels notarono il parallelismo esistente tra l'economia della Natura e quella dell'uomo (anche se nessuno dei due era si dichiarava estimatore di Malthus: per Marx, questi era "uno svergognato adulatore delle classi dominanti"5, mentre per Engels la sua dottrina era una "teoria spregevole e infame, una rivoltante bestemmia contro la natura e l'umanità"6).
Tanto tempo prima, Tertulliano si era accorto delle implicazioni di una tale espansione: "Siamo di peso al mondo... dal momento che la natura non ci sostiene più. In realtà, le pestilenze, le carestie, le guerre e la scomparsa di intere città devono essere considerate come un rimedio, come lo sfoltimento del genere umano divenuto eccessivamente numeroso"7.
1 T.l. "Osservazioni sulla crescita del genere umano che popola i Paesi, ecc."
2 T. Malthus, Saggio sul principio di popolazione (1798); seguito da Esame sommario del principio di popolazione (1830), p. 57, Torino, Einaudi, 1977, traduzione e cura di Guido Maggioni
3 Op. cit., pp. 12-13
4 Op. cit. , p. 174
5 K. Marx, Teorie sul plusvalore, in Storia delle teorie economiche: libro Quarto del Capitale, Roma, Newton-Compton, 1974, traduzione di Lidia Locatelli
6 In Umrisse zu einer Kritik der Nationalökonomie, articoli per i Deutsch-französiche Jahrbücher (febbraio 1844)
7 Tertulliano, L'anima, p. 135, Venezia, Marsilio, 1988, traduzione e cura di Martino Menghi, presentazione di Mario Vegetti
- Quarta puntata -
La ricerca mi ha preso più tempo del previsto: sono terribilmente in ritardo sulla tabella di marcia. All'entusiasmo segue la depressione e la paura di non farcela. L'agenzia per cui lavoro mi affida la traduzione di un manuale corposo e - tanto per cambiare - urgentissimo. Mi rimpallo dal francese all'inglese senza soluzione di continuità. Non ce la farò, non posso farcela! Ma ecco che tutta la mia famiglia si mobilita per cercare di facilitarmi le cose: il marito si trasforma in editor e rilegge quello che scrivo, la mamma si fa colf e mi dà una (grossa) mano in casa, il cane si rassegna e gli spuntano ali ed aureola... Riuscirò mai a ringraziarli abbastanza?
Il lavoro tecnico è consegnato in tempo e il capitolo è terminato. Quasi non ci credo.
Ultimo capitolo, il più lungo. Si ricomincia con la ricerca terminologica e con le citazioni, stavolta da Shaw, de Tocqueville, T. H. Huxley e altri. Forse ci avrò fatto l'abitudine, ma improvvisamente mi trovo a pensare che le difficoltà che ho incontrato fin qui non sono poi insormontabili. E in effetti il lavoro di ricerca si chiude abbastanza in fretta, con mia grande sorpresa.
Mi butto a capofitto nella traduzione, alla scoperta dei misteri della selezione naturale, e faccio la conoscenza del persico sole, che può decidere se diventare adulto o restare giovane, delle limacce, ermafrodite per scelta, e dei celacanti, erroneamente ritenuti estinti.
For sex, as for business, what matters in the end is not advertising but sales. Feeble players - the discount stores of the sexual world - may do as well as their more impressive opponents. The bluegill sunfish has a society based on lies. Each fish sets off down a path to one of several sexual styles. At the age of two, a male makes a momentous decision - whether to become adult or to stay young. Some mature while small, but others delay adulthood for six years or more, by which time they are several times larger than their precocious sibs. When maturity comes at last, the slow developers are bi enough to defend a home.
They own grand premises, but they have a problem: their cunning sibs, who lurk nearby. When a landlord has enticed a female on to his patch, the rivals dash in and emit semen. It lacks an impressive wrapper and comes without a guarantee, but is cheap enough to undercut their rival. When the sexual scoundrels grow too big to sneak in, they again change their style. They begin to resemble females, until they can saunter unafraid on to a territory, the sole risk one of courtship by its besotted holder. When a real female appears a trasnvestite's deception pays off. He fertilizes her eggs and makes a hurried exit.
Per l'accoppiamento, come per gli affari, ciò che alla fine importa non è la pubblicità, ma le vendite. I commercianti più deboli - i grandi magazzini del mondo sessuale - possono cavarsela bene quanto i loro avversari più imponenti. Il persico sole vive in una società basata sulle menzogne. Ogni pesce segue un percorso che porta ad uno dei molti stili sessuali. All'età di due anni, il maschio deve prendere una decisione importante: diventare adulto o rimanere giovane. Alcuni quindi si sviluppano pur restando piccoli, mentre altri rimandano l'età adulta di sei anni o più, fino al momento in cui saranno molto più grossi dei loro fratelli più precoci. Al sopraggiungere della maturità, i soggetti che si sono sviluppati più lentamente saranno grandi abbastanza per difendere un territorio.
A questo punto, benché proprietari di immobili lussuosi, i "tardoni" si trovano a dover fronteggiare un problema: i loro astuti fratelli che se ne stanno appostati nei dintorni, in attesa. Quando un proprietario terriero ha attirato una femmina nei suoi possedimenti, i rivali fanno irruzione emettendo liquido seminale. Che non sarà in confezione regalo e mancherà di garanzia, ma sarà comunque abbastanza economico da buttare l'avversario fuori dal mercato. Quando i furfanti sessuali sono ormai troppo cresciuti per riuscire ad intrufolarsi, cambiano ancora metodo. Eccoli quindi diventare simili a femmine per poter gironzolare senza paura in un territorio, con il solo rischio di dover subire il corteggiamento dell'istupidito proprietario del territorio stesso. Quando una vera femmina fa la sua comparsa, il raggiro dà finalmente i suoi frutti e il travestito feconda le uova per poi filarsela a tutta velocità.
Tra accostamenti improbabili e fine ironia, lo stile non è semplice da rendere, specie quando l'autore - ormai lanciato in un divertente paragone tra membro umano e animale - ipotizza un'altra motivazione per la denominazione di Homo erectus...
Ci siamo: ho finito. Gli ultimi ritocchi, e di colpo mi sento svuotata, come se avessi perso qualcosa di me, finito chissà come in quelle pagine. É così che si sente un "vero" traduttore?
- Epilogo -
Alla fine, la domanda *É così che si sente un "vero" traduttore?* non ha ricevuto risposta. Ed è logico che sia così, perché ho ancora tanto da fare/leggere/ascoltare/imparare/vedere prima di potermi considerare io stessa un "vero" traduttore.
Tuttavia, è in quella direzione che voglio andare e non mi fermerò.
Quando hai una meta da raggiungere, è a quella - e solo a quella - che devi guardare, anche se ci sono le bollette, le tasse, il mutuo e tutta quella pedestre congerie di quotidiani affanni che ti ritrovi sulle spalle come zavorra.
Ma la zavorra non impedisce al cuore di volare.
A presto,
Simona Brogli
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Il diario di Intramel è aperto a tutti!
Simona, l'autrice di questo Diario, è a tua
disposizione per rispondere a ogni domanda.
Se vuoi commentare o intervenire scrivi a
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[i DiaRi] Ritradurre Hemingway (1) - di Piero Pozzi
Ritradurre Hemingway?
Un'idea dalla lettura del romanzo "Di là dal fiume e tra gli alberi".
di Piero Pozzi
Questo testo è stato discusso e commentato su Intramel dal 23 al 27 maggio 2005.
Sommario
1. Introduzione, ovvero qualcosa non quadra
2. Piccolezze, ovvero planate starnazzanti e un monte di Venere esteso a tutto il corpo
3. La Vispa Teresa va alla guerra, ovvero i diesel a benzina e i baci calibro 88
4. Come si azzoppa la Storia, ovvero D'Annunzio autista e l'Accademia di Gettysburg
5. La Venezia di Hemingway in traduzione, ovvero povera Venezia...
Chi è Piero Pozzi
Piero Ambrogio Pozzi, nato a Milano nel 1944, perito industriale e progettista, ha studiato lingue da autodidatta e si è messo a girare il mondo e a tradurre testi tecnici per motivi professionali; non pago di tutto ciò, nel 1999 ha iniziato a scrivere fiabe, e tradurre le opere di Emily Holmes Coleman. Nel 2003 ha completato la traduzione del romanzo The Shutter of Snow, presentato sul sito di ZoOOom.
Dal 2002 ha affrontato la trascrizione e la traduzione delle poesie di EHC, in stretta collaborazione con gli studiosi e poeti americani Joseph Geraci e Jeffrey Rudick, e con le Special Collections della Università del Delaware, presso le quali deposita regolarmente i suoi lavori.
É segretario dei Piangalardo Friends, libera associazione di artisti, con la quale lo scorso anno ha organizzato uno spettacolo nel carcere di Bollate, dove 15 detenuti hanno recitato Un Pellicano per Alcatraz, opera poetica di Oscar Fontanesi;
Socio benemerito dell'Accademia dei Lessicografi Ubriachi;
Vincitore del premio nazionale Città di Forlì 2005 per la traduzione delle poesie di Jeffrey Rudick.
Prima puntata
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Introduzione
ovvero: qualcosa non quadra
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Un saluto a tutti. Da poco sono iscritto a Intramel, invitato dal moderatore per raccontare una delle mie esperienze.
Vi spiegherò l'origine di una decisione imprevista e imprevedibile, la ritraduzione di un romanzo di Ernest Hemingway, e ve ne mostrerò le conseguenze. Non sono un traduttore di professione. Dal 2000, volgendo al termine la mia carriera di progettista, lasciando perdere quella che poteva essere la naturale e conseguente attività di consulenza, ho preferito dedicarmi alla traduzione di letteratura americana, in particolare delle opere di una scrittrice pressoché sconosciuta in Italia, Emily Holmes Coleman (1899-1974). Una storia che i vecchi colistai di Biblit forse ricorderanno, e che ha motivazioni del tutto personali. Diciamo che mi sono scelto un percorso.
L'esperienza di cui vi parlo nasce nei primi mesi del 2003. A quell'epoca mi trovavo in una stasi traduttoria, in attesa delle copie di certi manoscritti dall'America, e mi ero andato a leggere un romanzo che avevo in casa, "Di là dal fiume e tra gli alberi", di Hemingway appunto, una edizione Mondadori tradotta da Fernanda Pivano.
Leggevo, e non mi piaceva per niente. Mi pareva evidente che un Premio Nobel non avrebbe potuto scrivere così. Avevo anche un problema, da qualche tempo: trovare qualcuno che esprimesse opinioni leali sulla bontà del _mio_ lavoro di traduttore praticante. Avevo dato bozze da leggere qua e là senza ricevere giudizi, o ricevendone di poco attendibili. Mi venne l'idea di giudicarmi da solo, confrontandomi sullo stesso testo con un traduttore affermato.
Comprai da Amazon "Across the River and Into the Trees", tradussi il primo capitolo senza guardare quello della Mondadori, poi feci il confronto... Tradussi altri due capitoli, rifeci il confronto. Mi fermai, interdetto. Chiesi consiglio sul da farsi a gente del ramo, gente che ha riviste di critica letteraria, per intenderci, e che non nominerò: dice, è un argomento delicato, incontriamoci, parliamone alla Fiera del Libro. Va bene, eccomi. E poi? Fuga.
Ero sempre in stasi traduttoria, e poi mi interessava davvero fare quella famosa autovalutazione. Ritradussi tutto il romanzo, confrontai tutto, ne trassi degli appunti e una scheda per la sezione "Classici da ri-tradurre" di Biblit, regolarmente messa in rete, in splendida solitudine. Nessuna reazione. Mandai appunti e scheda a un editor di Mondadori, perché valutassero se era il caso di rimediare, dopo quarant'anni. Una mail di ringraziamento, a settembre del 2004, poi il silenzio.
Avevo messo tutto nel cassetto, e già avevo ripreso il mio personale percorso con la Coleman e con un altro poeta americano vivente, Jeffrey Rudick, guarda caso studioso della Coleman. Ora, a gentile richiesta, spolvero il malloppo Hemingway per voi, ricavandone quattro analisi a soggetto sul testo di "Across the River and Into the Trees" e sulla sua traduzione italiana. Le analisi appariranno in rapida successione, una scelta di brevi stralci dal testo originale con sotto la traduzione corrente e qualche mia osservazione. Si noti che i passaggi da mettere in discussione sarebbero molti di più, ma spesso richiederebbero lunghe trascrizioni, che probabilmente vi annoierebbero. Gli stralci sono "in ordine di apparizione" nel libro. A voi i commenti, ai quali mi impegno di rispondere, se richiesto. Le conclusioni sull'argomento le tireremo assieme, o forse le tirerete voi da soli, visto che io mi trovo in una condizione un poco particolare, al margine del mondo della traduzione.
Per avere un quadro della situazione è opportuno leggere prima la scheda pubblicata nel sito di Biblit: http://www.biblit.it/Across%20the%20River%20and%20into%20the%20Trees.pdf
Seconda puntata:
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Piccolezze, ovvero planate starnazzanti
e un monte di Venere esteso a tutto il corpo.
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In questo capitoletto sono elencati alcuni dei passaggi che denunciano la mancanza di una revisione editoriale, con errori che spesso sono intuibili senza necessità di confronto col testo originale.
... and shivered uneasily at the _sound of the wings_ of the ducks that passed overhead...
... tremando inquieto allo _starnazzar d'ali_ delle anatre che passavano in volo...
Lo starnazzare è proprio dello sbattere le ali a terra. Qui le anatre sono in volo. Frullo d'ali.
... and feel the _restless lurching of the dog_...
... e sentiva il _cane puntare irrequieto_...
Il cane punta o ferma immobile, su animali immobili. Non può puntare ed essere irrequieto contemporaneamente. Il continuo agitarsi del cane.
... he heard the _incoming whisper_ of wings...
... udì uno _starnazzare d'ali_...
Qui le anatre sono in volo planato per scendere sull'acqua, non battono le ali. Si perde il leggero sibilo che nel buio antelucano annuncia l'arrivo delle anatre e sembra piuttosto di stare in un pollaio.
... low as he was, _no foothills showed_, and the mountains rose abruptly from the plain...
... in basso com'era, non vedeva _i piedi delle colline_, e le montagne si alzavano di colpo dalla pianura...
_Foothills_ sono le alture che precedono le catene di monti, che qui non si vedono del tutto, nascoste dalla vegetazione palustre.
... that's _beech_, isn't it?
... quella è _betulla_, vero?
Faggio.
... beech is, to an open fire, as anthracite coal is to a stove...
... la betulla vicino al fuoco è come carbone di antracite in una stufa...
Incomprensibile. Il senso è che il faggio è la miglior legna, come l'antracite è il miglior carbone.
... I should be a better man with less _wild boar_ blood...
... dovrei essere migliore, con meno sangue di _orso selvatico_...
_Wild boar_, cinghiale, non _wild bear_. E sangue di cinghiale ha un senso, riferito al colonnello Cantwell, soldato di professione.
... Damn, I wish I might walk around this town all my life. All my life, he thought. What a gag that is. _A gag to gag on_. _A throttle to throttle you with_.
... Porca miseria, come vorrei girare per tutta la vita in questa città. Tutta la vita, pensò. Che battuta. _Una battuta per tirare avanti_. _Una valvola per dare gas_...
Il colonnello non ha molto da vivere. Ma non è dichiarato da nessuna parte. Bisogna capirlo, capirlo dai suoi pensieri. E così, due giochi di parole che più o meno voglion dire _da morire dal ridere_, _da strozzarsi_, una amara presa in giro di se stesso, sono completamente travisati e non lasciano niente al lettore.
... we have a very fine _lobster_...
... abbiamo una bellissima _aragosta_...
Si vedrà che non è un'aragosta.
... he was alive and a _dark green_ and completely unfriendly...
... era viva e _giovanissima_ e molto ribelle...
Il _lobster_ è minuziosamente descritto, nel suo aspetto prima e dopo la cottura, nel gusto, nell'ipotetico carattere da vivo. Non poteva essere una giovanissima aragosta, dato che era grande il doppio del normale, e _giovanissima_ per _dark green_ è davvero azzardato. Era un grosso astice, verde scuro e con le grosse minacciose chele che un'aragosta non possiede.
... _longevity pay_...
... _pensione di longevità_...
Sono scatti di anzianità nel grado.
... just hold me very tight and hold the _high ground_, too...
... tienimi soltanto stretta e tienimi tutta...
Si perde il riferimento al monte di Venere. C'è una scena d'amore in gondola, di notte, sotto una coperta militare, che quasi non si riconosce. Forse c'è da mettere in conto una grossolana censura.
... the other arm held the _high ground_ now...
... con l'altro braccio la tenne tutta...
Si perde il riferimento al monte di Venere e il doppio senso militare.
... twenty-eight division...
... diciottesima divisione...
Ventottesima.
... _here's to you_, Daughter...
... _ecco a te_, Figlia...
È l'usuale formula di brindisi, _alla tua salute_.
... General Fat Ass Franco on his _shooting stick_...
... il generale Franco Culo Grosso col suo _fucile_...
Il generale Franco andava a caccia con un bastone-sedile, un bastone la cui impugnatura si trasformava in una specie di sgabello. Anche per un Fat Ass è pericoloso sedersi su un fucile.
... _combat boots_...
... _scarponi da montagna_...
Li indossa il colonnello passeggiando per Venezia.
... that could be used as a _Brooklyn icepick_...
... che avrebbe potuto servire come _piccozza per il ghiaccio di Brooklyn_...
Brooklyn non è il Monte Bianco. Si parla di un _brochetto_, uno spiedino per scampi, un aggeggio che a Brooklyn poteva essere usato come un punteruolo per il ghiaccio.
... _iron lung_...
... _polmone di ferro_...
È il _polmone d'acciaio_, il sistema per la respirazione artificiale.
... I took nothing but an Admiral's compass because I had a _small boat_ at that time on Chesapeake Bay...
... Io ho preso soltanto la bussola di un ammiraglio, perché in quel periodo nella baia di Chesapeake avevo una nave _troppo piccola_...
Il colonnello è un uomo tutto d'un pezzo, come diremmo noi. La guerra non è per lui un'occasione per rubare, e ci scherza sopra. Non ha saputo resistere alla tentazione di appropriarsi della bussola, per la _barchetta_ che teneva nella baia di Chesapeake.
... But we had all the _Wehrmacht stamped Martell_...
... Ma trovammo tutto il _falso Martell stampigliato dalla Wehrmacht_...
Era Martell autentico. Cognac imbottigliato e contrassegnato apposta per la Wehrmacht.
... Then, there were draft dodgers, (...), insiders, cowards, liars, thieves and _telephone racers_...
... Poi c'erano gli imboscati, (...), intriganti, codardi, bugiardi, ladri e _ficcanaso_...
_Telephone racers_ sono i corrispondenti di guerra che si precipitano ai telefoni per riferire notizie non controllate e gonfiate, evitando accuratamente di esporsi ai pericoli per avere notizie di prima mano. Il concetto, qui concentrato in "telephone racers", è spiegato altrove dal colonnello. Occorreva ricordarsene.
... they aren't any _foot-hills_ to the Big Horns...
... non ci sono _piedi di colline_ al Big Horns...
Incomprensibile. Le Big Horns sono montagne che si alzano direttamente dalla pianura, quindi semplicemente non hanno colline davanti.
... I don't know, she said, I think we should just _leave_ here. I love to have people see us, but I don't want to see anybody...
... Non so, disse la ragazza, credo che dovremmo _vivere_ qui. Mi piace che la gente ci veda, ma non voglio vedere nessuno...
_Leave_, non _live_. Tutta la frase è un controsenso.
... The wind is from the wrong direction and how lucky I would have been to have had this girl instead of the woman that I pay the alimony to, who could not even make a child. _She hired out for that_. But who should criticize whose _tubes_? I only criticize Goodrich or Firestone or General.
... Il vento viene dalla direzione sbagliata e come sarei stato fortunato ad avere questa ragazza invece della donna alla quale pago gli alimenti, che non poteva neanche far figli. _Si è sposata per questo_. Ma chi ha diritto di criticare i _tubi_ degli altri? Io critico soltanto quelli di Goodrich o Firestone o _del_ General.
Il colonnello sta paragonando Renata alla ex-moglie, che si era fatta legare le _tube_ di Falloppio a scopo anticoncezionale. Equivoco clamoroso su _tubes_, che nel contesto significa sia _tube_ (di Falloppio) sia _camere d'aria_, che coi _tubi_ non hanno niente da spartire. Una improvvida nota spiega che Goodrich e e le altre sono "fabbriche di prodotti di gomma". Tubi di gomma? Tutto un capoverso incomprensibile. Sarebbe anche interessante capire bene _she hired out for that_. Io la mia idea ce l'ho.
... on the old _open-hearth_ kitchen...
... sulla vecchia cucina _all'aperto_ ...
È il tipico "fogolâr" friulano, all'interno. Una cucina a focolare aperto.
... there had been smoke in the room from the open charcoal fire; no, there were logs, he thought...
... la stanza era piena di fumo che usciva dal fuoco di carbone all'aperto; no, era legno, pensò...
Come fa un fuoco all'aperto a riempire di fumo una stanza? Era carbonella, o legna, sul focolare aperto di cui sopra.
... walking with _the_ girl...
... andava a spasso con _una_ ragazza...
Con _la_ ragazza, Renata.
... I wish to hell she was here though, if this were a double blind, and have her looking to the west just in case one _string_ did come in...
... Accidenti se vorrei che fosse qui, però, se questo fosse un appostamento doppio, e farle guardare a ovest nel caso che arrivasse una _punta_...
Il colonnello pensa a Renata, ad averla come compagna nell'appostamento di caccia. Potrebbe avvistare una _formazione_ di anatre. _String_, non _sting_.
... on the _bow_ of the boat...
... sulla _poppa_ della barca...
È la _prua_.
... and put him in the _burlap_ bag that was under the _bow_...
... e lo mise nel sacco che c'era sotto la _poppa_...
Sotto la _prua_. Nel sacco di _iuta_.
... The _head game-keeper_ was standing on the bank in his high boots, his short jacket and his pushed back old felt hat, and he looked critically at the number of ducks on the _bow_ of the boat as they came alongshore...
... Il _custode_ era in piedi sulla riva con gli stivaloni alti, la giacchetta corta e il vecchio cappello di feltro spinto all'indietro, e guardò con aria critica il numero di anatre a _poppa_ della barca mentre si accostavano a terra...
È il _capo-guardiacaccia_, quello che ha curato l'organizzazione della caccia alle anatre in palude. Un custode sciupa tutta la scena. E le anatre sono allineate sulla _prua_. E tre.
... But now they won't stay with their _feed_ frozen over. They will be on their way south tonight...
... Ma ora non resteranno perché le loro _cibarie_ sono gelate. Stanotte saranno avviate verso sud...
Si parla di anatre selvatiche, e la terminologia è davvero improbabile. Direi la loro _pastura_, e lascerei alle anatre il diritto di avviarsi verso sud di loro volontà.
Terza puntata:
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La Vispa Teresa va alla guerra,
ovvero i diesel a benzina e i baci calibro 88
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Il romanzo scorre su due piani temporali: il presente vissuto nelle conversazioni con Renata e gli altri personaggi minori, o nella solitudine, e il passato rievocato dolorosamente nella doppia tragedia delle due guerre mondiali. Il passato è intessuto nella vita militare, nella guerra. Qui molti riferimenti sono massacrati.
... But don't you ever _run into_ anything, or let any sparks strike you, when you're really souped up on nitroglycerin. They ought to _make you drag a chain_ like a _high-octane truck_ ...
... Ma non bisogna correre e non bisogna avvicinarsi al fuoco se si è miscelati a nitroglicerina. Dovrebbero _metterti un riduttore_ come agli _autocarri a nafta_...
Tutto travisato. Il colonnello, a rischio di infarto, abusa di compresse di nitroglicerina, e il dottore, che se n'è accorto, scherza raccomandandogli di non _strisciare contro_ qualcosa e di non beccarsi scintille. Per sicurezza dovrebbe trascinare una catena. Il riferimento è agli autocarri pesanti tipo Deuce-and-a-half, che funzionavano a benzina 70 ottani. Gli ottani escludono nafta e gasolio. Gli autocarri che trasportavano esplosivi trascinavano una catena per scaricare a terra le cariche elettrostatiche, riducendo il pericolo di esplosione.
... manual of minor tactics for the _heavy_ pressure _platoon_...
... manuale di esercitazioni leggere per il _battaglione_ di quelli che hanno la _pressione alta_...
Il plotone è molto più piccolo del battaglione. _Heavy_ non è _high_. Se c'è un doppio senso, può essere riferito all'oppressione al petto, sintomo di infarto.
... if it's _guided missiles_...
... se ci sono _proiettili radiocomandati_...
Il riferimento è alle bombe volanti V1 e ai razzi V2, tedeschi.
... _Ten in One_...
... _scatola da 10_... (razioni K)
Le Dieci-in-uno sono altra cosa rispetto alle razioni K.
... if they did not _lift_ the shelling...
... se non avessero _cessato_ il bombardamento...
Il bombardamento di artiglieria non veniva cessato, ma si _alzava_ il tiro sulle retrovie.
... they always _lifted_ it and moved it back ahead...
... lo _cessavano_ sempre e lo spostavano...
Incomprensibile. No, alzavano il tiro e lo spostavano sulle retrovie.
... he taught his people to shoot, really...
... insegnava ai suoi uomini a sparare, proprio a sparare...
Insegnava alla sua gente a sparare sul serio, mirando.
... stricken tank or _T.D._...
... un carro armato o _un'autoblinda_ colpiti...
Un T.D. è un _tank destroyer_ M36, un carro armato che non ha niente a che vedere con un'autoblinda.
... my attention has been _faulty_ again...
... la mia attenzione è di nuovo _fuori posto_...
L'attenzione ha fatto di nuovo cilecca, brutto segno per un soldato.
... and all of a sudden instead of being there naked, I was armoured. Armoured and the _eighty-eights_ not there...
... e poi d'improvviso invece di essere lì nudo fossi coperto da una corazza. Corazzato e senza gli _ottantotto_...
Una clamorosa nota a piè di pagina identifica gli ottantotto con un codice telegrafico per "amore e baci". Sono cannoni controcarro tedeschi, gli unici che avrebbero potuto togliere tranquillità al colonnello.
... I'd tell you what _G's_ are, but I would bore you...
... Potrei dirti che cosa sono i _G's_, ma ti annoierei...
Una nota a piè di pagina identifica i G come GI, _government issues_, soldati. Sono invece i diversi aiutanti del Capo di Stato Maggiore, ufficiali superiori.
... He looked at himself in the mirror, set in the half closed door. It showed him at a slight angle. It's a _deflection shot_, he said to himself, and they _didn't lead_ me enough...
... Si guardò nello specchio, applicato alla porta socchiusa. Lo rifletteva leggermente d'angolo. È una _fotografia presa di scorcio_, disse fra sé, e _non mi hanno fatto posare_ abbastanza a lungo...
Una traduzione senza senso. Osservandosi nello specchio, e vedendosi malridotto, il colonnello si ricorda una tecnica di combattimento e tiro degli aerei da caccia che, attaccando lateralmente l'avversario, mirano davanti, sulla sua traiettoria prevista. Ci vuole una traduzione tecnica, come potrebbe essere "... è un tiro laterale incidente, disse a se stesso, ma non mi hanno impiombato a sufficienza." La malattia gli sta sparando addosso, potrebbe essere l'ultima battaglia.
... he never used _command cars_...
... non _comandava mai automezzi_...
Non è un verbo ma una apposizione. Le _command cars_ sono _auto comando_.
... some able jerk has his _boy_ in Groton now...
... qualche bischero un po' furbo adesso ha il _figlio_ a Groton...
Incomprensibile. A Groton nel Connecticut ci sono e c'erano importanti installazioni militari, e lì si sottoscrivevano contratti per le forniture. Il riferimento è a forniture militari addomesticate: "... qualche furbo imbecille abbia ora un suo galoppino a Groton..."
... or must a vehicle have wheels or be _tracked_?...
... oppure è necessario che un veicolo abbia le ruote o sia _sui binari_?...
Un veicolo _tracked_ è _cingolato_.
... looked like _boat-tailed bullets_...
... parevano _sgombri_...
Il colonnello si riferisce ai "bonito", piccoli tonni che "assomigliavano a _proiettili a coda rastremata_" per l'attitudine alla velocità, non certo a sgombri.
... but these other roving _bullets_...
... ma questi altri _sgombri_ erranti...
Forse è meglio chiamarli _proiettili_...
... never discuss _casualties_...
... non devi mai discutere i _danni di guerra_...
_Casualties_ sono le _perdite umane_.
... it can come with the smoke-emitting arc of the grenade, or the sharp, cracking drop of the mortar...
... può giungere con l'arco di fuoco della granata o con la caduta precisa crepitante del mortaio...
Terminologia improbabile. Piuttosto: "... (la morte) può arrivare con la curva scia di fumo di una bomba a mano, o la stridula, schioccante caduta di una granata..."
... _esses_...
... _sergenti_...
Sono invece ufficiali con vari incarichi.
... you could see the line of them going back toward the east further than you could see...
... si vedeva la loro fila retrocedere verso oriente a perdita d'occhio...
Si parla di formazioni di bombardieri in arrivo, che "si potevano vedere estendersi indietro verso est a perdita d'occhio". Come fanno degli aerei a retrocedere in volo?
... _S-2_...
... _sergente maggiore_...
S2 è un ufficiale addetto alle informazioni.
... Three men usually get out of the five (that are inside) and they run like broken-field runners that have been shaken loose in a play when you are Minnesota and the others are Beloit, Wisconsin...
... Di solito dei cinque uomini (che sono dentro) ne escono tre e corrono come giocatori sbandati in una partita tra Minnesota e Beloit, nel Wisconsin...
La scena, di una tragica comicità, è quella di un carro armato americano colpito dagli 88 tedeschi. I superstiti si gettano dal carro per mettersi in salvo prima che le munizioni esplodano, correndo per evitare il tiro delle mitragliatrici. Il Minnesota è una squadra leggendaria, il Beloit di brocchi. Tutto il senso della frase è perso. Io direi "... Dei cinque uomini (che ci son dentro) di solito tre riescono ad uscire e si mettono a correre a zig-zag come giocatori del Minnesota sguinzagliati tra gli ultimi sparpagliati difensori in una partita contro il Beloit del Wisconsin...".
... 1300 Red S-3...
... 1300 S-3 Rossi...
Tutto il capoverso è incomprensibile. "... alle 13.00 l'Esse3 dei Rossi dice..."
... _tree_ burst wounds hit men where they would never be wounded in open country...
... _tre_ ferite laceranti colpirono gli uomini dove non sarebbero mai stati feriti se fossero stati in zona aperta...
L'equivoco "tree" = "tre" rende incomprensibile la frase, che invece significa "... l'esplosione di _alberi_ feriva gli uomini dove non sarebbero mai stati feriti in aperta campagna..."
L'equivoco sarà ripetuto altre due volte.
... And the place we were going to fight in, (...) was going to be Passchendaele with _tree_ bursts.
... E il luogo dove dovevamo combattere, (...) sarebbe stato Passchendaele, con _tre_ attacchi.
No, sarebbe stato _come_ Passchendaele, con in più l'esplosione degli alberi (colpiti dalle cannonate). Passchendaele fu un campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale, al quale il colonnello si riferisce parlando di un episodio della Seconda.
... the poor bloody twenty-eight...
... quel povero ventottesimo della malora...
Incomprensibile. Si parla della "povera insanguinata Ventottesima", una divisione, soprannominata Bloody Bucket per le moltissime perdite. "Bucket" era il simbolo della divisione, una "chiave di volta" rossa che assomigliava a un secchio.
... it was Passchendaele with _tree_ bursts, he told nobody except the wonder light on the ceiling...
... è stato Passchendaele con _tre_ attacchi, disse alla luce meravigliosa sul soffitto...
"...fu Passchendaele, con in più l'esplosione degli alberi, disse lui a nessun altro che alla fantastica luce sul soffitto...". E tre.
... a D.S.C. with cluster...
... una D.S.C., coi suoi annessi...
Una Distinguished Service Cross con foglie di quercia.
... and approximately the number of _rounds_ that remained to them...
... e il numero approssimativo di _giri_ che restava loro da fare...
Travisato. La traduzione è "... e approssimativamente quanti proiettili d'artiglieria restavano loro...".
... they haven't enough stuff left even for a chickenshit fire-fight...
... non gli è rimasto neanche da poter fare un combattimento a fuoco da ridere...
Un militare non può parlare così, ma direbbe tranquillamente "... non gli è rimasta roba a sufficienza nemmeno per uno scontro a fuoco con merda di gallina...".
Quarta puntata:
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Come si azzoppa la Storia,
ovvero D'Annunzio autista
e l'Accademia di Gettysburg
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Il colonnello Cantwell è un ufficiale di carriera, uscito dall'Accademia di Lexington, il Virginia Military Institute. L'amarezza per le inutili stragi, l'inettitudine degli alti comandi e l'ingiusta degradazione subita, è un leit-motiv che pervade l'intero romanzo. Un leit-motiv che è la visione del colonnello sulla sua vicenda personale, sullo sfondo di informati e avvincenti riferimenti storici. La guerra come arte e come scalpello della Storia. Hemingway è magistrale nel parlarne, ma il testo italiano non lo testimonia.
L'edizione Mondadori presa come riferimento ha una quarantina di pagine di cronologia, introduzione, bibliografia e giudizi (sull'originale...), ma ci sono poche note a piè di pagina - compresa quella ridicola su 88 = amore e baci - e nessuna di esse spiega i fitti riferimenti storici e letterari che, compresi, danno al romanzo tutto un altro respiro. Il romanzo sembra quasi un'appendice all'introduzione. La bozza della mia ritraduzione ha 210 note a piè di pagina, tutte ritenute utili, perché per 210 volte ho dovuto informarmi per capire.
... commander, or _rider_,in the first of fast torpedo attack boats...
... comandante o _autista_ nella prima Mas...
Equivoco clamoroso. Il riferimento è ai MAS della Beffa di Buccari, non a un reparto come poteva essere la X MAS di Junio Valerio Borghese. Autista, poi!
Meglio "... comandante - o membro d'equipaggio - sulla prima delle motosiluranti d'attacco..."
... general (_Brevetted_) George Armstrong Custer...
... generale (_effettivo_) George Armstrong Custer...
Nell'esercito USA il brevetto assegna temporaneamente un grado più elevato. Quindi _facente funzione_, non _effettivo_.
... We landed without much opposition. They had the true opposition at the other _beach_...
... Siamo sbarcati senza incontrare grande resistenza. La vera resistenza era sull'altra _riva_...
Si parla dello sbarco in Normandia. La traduttrice sembra conoscerlo poco. Detto così sembra che la resistenza fosse dall'altra parte della Manica, e non su un'altra delle spiagge interessate dallo sbarco (es. Omaha Beach).
... they killed several men from the Academy at Gettysburg...
... hanno ucciso parecchi che uscivano dall'Accademia di Gettysburg...
In realtà a Gettysburg non c'era l'Accademia, ma molti ufficiali usciti dall'Accademia perirono nella battaglia di Gettysburg.
... In the car we'll drive to where they had the _Wagon-Box Fight_ and I'll tell you about it. _We will drive up_, on the way to Billings, to where they killed that fool George Armstrong Custer, and you can see the _markers_ where everybody died and I'll explain the fight to you...
... In macchina andremo dove hanno fatto lo scontro del Wagon Box e ti racconterò la storia. _Saliremo in macchina_, mentre andiamo a Billings nel punto dove hanno ucciso quello scemo di Gorge Armstrong Custer, e vedrai i _segni_ dove ciascuno è morto e ti spiegherò com'è andato lo scontro...
La "Wagon Box Fight" fu combattuta nei pressi di Fort Phil Kearny, dove nel 1867 pochi soldati, riparati dietro i cassoni smontati dai carri, grazie ai nuovi fucili Springfield a retrocarica tennero testa ai forse 2000 indiani Lakota di Nuvola Rossa e Cavallo Pazzo. "Scontro _del_ Wagon Box" non fa certo pensare a qualcosa del genere. Questo è uno dei casi in cui sembra indispensabile una nota esplicativa. Poi il colonnello e Renata sono già in macchina, quindi _we will drive up..._ si può intendere "_proseguiremo_ sulla strada per Billings" piuttosto che "_saliremo in macchina_ mentre andiamo a Billings". "_Markers_" sono "_cippi, lapidi_".
Quinta puntata:
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La Venezia di Hemingway in traduzione,
ovvero povera Venezia...
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Il presente, il primo piano temporale di cui si parlava, ha quasi costantemente Venezia sullo sfondo, descritta con grande amore. Renata stessa, giovanissima nobile, sembra una personificazione vivente dell'antica e gloriosa città. Il colonnello narra Venezia, la percorre, la respira, ci vorrebbe vivere e morire. Qui il testo italiano è talvolta catastrofico.
... There he knew that he would see it on a clear day such as this was...
... Sapeva che in una giornata serena come questa, l'avrebbe vista laggiù...
"Là sapeva che l'avrebbe vista, in una giornata così limpida." Per la prima volta il colonnello, in viaggio da Trieste, parla di Venezia, che si vede in lontananza, là dove la strada alzaia del Sile si innesta sulla statale costiera.
... in that next island you see on beyond with the other campanile, which is Murano...
... in quell'isola vicino che si vede dietro quell'altro campanile, che è Murano...
Non è l'isola dietro il campanile, ma un'isola dietro un'altra isola con un altro campanile sopra.
... every day to see the Tintorettos...
... tutti i giorni a vedere il Tintoretto...
A Venezia ci sono parecchi quadri del Tintoretto, non uno solo.
... the two stakes chained together...
... i due pontili galleggianti tenuti insieme con le catene...
Sono due semplici pali incatenati.
... until the _great lantern_ that was on the right of the entrance to the Canal Grande...
... fino al _grande faro_ sulla destra dell'imboccatura del Canal Grande...
Si tratta di un _grande lampione_ allo sbocco di un canale laterale nel Canal Grande, non del faro per le navi che entrano in laguna.
... a gondola working up the Canal _against the wind_...
... una gondola che risaliva faticosamente il Canale _contro corrente_...
Il Canal Grande non è un fiume, la gondola arrancava _contro vento_.
... by lounging in the lee of the Gritti...
... a ridosso del caseggiato del Gritti...
Il Gritti è un ex palazzo nobiliare.
... what a fine, compact and, yet, ready _to be air-borne_ building, he thought. I never realized a _small church_ could look like a P47...
... che bell'edificio solido e insieme adatto a _essere aviotrasportato_, pensò. Non mi ero mai reso conto che una _chiesetta_ potesse somigliare a un P-47...
Si tratta della chiesa di Santa Maria del Giglio, che Hemingway paragona a un caccia P47, per il frontale imponente (la cappottatura del motore stellare), le volute laterali (le ali) e il campanile a vela (la coda). Quindi una "bella costruzione, compatta eppure pronta per alzarsi in volo". S. Maria del Giglio non è grandissima, ma non è certo una chiesetta.
... _feeder_ canal...
... canale _affluente_...
Un canale di servizio, per i fornitori, secondario, un "_rio_".
... she looks as lovely as a good horse or as a _racing shell_...
... la _ragazza_ era bella come un buon cavallo o un _proiettile lanciato_...
Clamoroso. Il soggetto è la gondola, non la ragazza, e _shell_ non è un proiettile. "... è bella come un buon cavallo o come una barca da corsa..."
... what hand or eye framed that dark-ed symmetry?...
... quale mano o quale occhio avevano incorniciato quella simmetria annerita?...
Il riferimento è sempre alla gondola. Qui occorreva cogliere il richiamo alla poesia "The Tyger" di William Blake: "...quale occhio o mano ha foggiato una simile scura simmetria?"
... laying _her_ partly on her side so that he would have more control...
... facendo sdraiare _la ragazza_ su un fianco per poter avere un maggior controllo della barca...
Clamoroso. La ragazza non c'entra, si parla della voga asimmetrica sulla gondola: "... facendola inclinare su un lato per poterla governare meglio...".
... eighteen solid _stone blocks_ away...
... a diciotto _isolati_ di distanza...
Il colonnello è nella sua stanza d'albergo al Gritti. Dal letto osserva il ritratto di Renata, un quadro posto su due sedie accostate. Mi sembra impossibile il riferimento a elementi della toponomastica di New York. È più probabile che si riferisca alle mattonelle del pavimento che lo separano dal ritratto.
... _boneyard_...
... _ossario_...
Spregiativo per il cimitero dell'isola San Michele. "Deposito d'ossa".
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