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sabato, 10 febbraio 2007

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I Diari di Intramel

Traduttrice per caso?

di Chiara Manfrinato



Diario diffuso e discusso su Intramel

dal 29 gennaio al 3 marzo 2007



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E siamo a quattro! Senza particolare fretta, continuiamo a riempire d'inchiostro le pagine del nostro Diario, il racconto dei racconti, la narrazione di narrazioni traghettate da una cultura all'altra, di tutto quel che c'è dietro le quinte e tra le righe dell'avventura quotidiana della traduzione.



Un'avventura banale e "pantofolaia" solo in apparenza, a giudicare dai primi tre Diari ospitati finora: Piero, con la sua (giustamente) spietata e puntigliosa critica di un lavoro altrui (e che "altrui"!), Simona con la cronistoria del suo stage presso la prestigiosa e pluripremiata "ditta Paracchini" :-), Maria Antonietta che ha salpato l'ancora se n'è andata "in capo al mondo" (letteralmente, e letterariamente) per ritornare dalle Americhe colma di oro e preziosi... alla faccia dei "pantofolai"!



Anche questo quarto diario sono certo vi appassionerà, ma non voglio cedere alla tentazione di anticiparvi nulla...





CHI È CHIARA MANFRINATO

"Sono Chiara, aspirante traduttrice di Palermo.

Che dire? Ho deciso solo da poco di volere intraprendere questa professione e mi sono accorta molto presto di quanto sia difficile, soprattutto agli inizi.

Ho avuto dei momenti bui un po' di tempo fa, quando vedevo che non riuscivo a lavorare perché, quando mi candidavo per un lavoro, il mio "misero" cv veniva immediatamente scavalcato.

Così ho iniziato a tradurre (da volontaria) per alcune associazioni (Peacelink, Cev, Wwf). E ho ricominciato a candidarmi alle varie proposte di lavoro e a spedire il mio curriculum alle agenzie di tutto il mondo.

Non che adesso le offerte mi piovano addosso, ma ogni tanto, qualche lavoro (pagato!) lo faccio. Solo che (visto che sto meditando sulla possibilità di abbandonare l'inglese e propormi sono con la combinazione FR>IT) prevedo tempi ancora più bui.

Il mio sogno resta quello di ritradurre Zazie dans le métro di Queneau... ;)"



Con queste parole si presentava in lista, meno di due anni fa, la nostra Chiara, e basterebbe da sola questa fulminante presentazione per dire tutto. Ma per chi fosse ancora insoddisfatto, ecco qualche lapidario dato biografico...



Nata a Palermo nel 1978, frequenta il corso di laurea in Lingue e letterature straniere -con un semestre Erasmus presso la facoltà di Lettere dell'Università di Nancy 2- per laurearsi nel 2003.

Dopo la laurea, nell'ambito dei tirocini Crui-Mae, svolge uno stage presso l'Ambasciata d'Italia a Bruxelles, ma l'amore (dagli esiti infelici, si vedrà) per Luca Toni la richiamerà ben presto ai suoi doveri di tifosa in patria.

Frequenta un corso di editoria, collabora come lettrice ed editor con il Progetto Babele e il Rifugio degli Esordienti, e dall'inizio del 2005 lavora come traduttrice freelance. I suoi primi lavori pubblicati da traduttrice sono due racconti di Laila Lalami e Randa Jarrar.

Tra le piccole grandi prime soddisfazioni, c'è anche qualche terribile inciampo, come quando le viene appioppato il ruolo di co-moderatrice di Intramel (per meriti conseguiti sul campo e perché, traduttrice che si sente ancora principiante, persona volitiva che ama e conosce la letteratura, rappresenta forse meglio di chiunque altro lo spirito della lista, dice Yako).

Sulle prime ne è pure moderatamente contenta, ma poi capisce di essere stata fregata.



Dall'inizio del 2006 collabora con la casa editrice Azimut per la quale si occupa, tra le altre cose, di revisioni e correzioni di bozze. Non basterà la cocente delusione per il passaggio di Toni alla Fiorentina a scoraggiare l'indomita ragazza palermitana e...



...Ma il succoso resto della storia, l'ultimo infuocato anno, lo lasciamo al racconto del nostro Diario.



Come chiudere degnamente questa presentazione? Ma con le parole del *secondo* messaggio di Chiara, datato 25 marzo 2005...



"[...] una proposta concreta ce l'ho. Visto che intramel è una lista di aspiranti/esordienti/emergenti traduttori, sarebbe interessante creare qualcosa attorno a dei testi che non sono stati tradotti in italiano e i cui diritti sono ancora "liberi". [...] Più che una proposta, un piccolo sassolino."



Un "sassolino" diventato una lenta ma inesorabile valanga, la bellissima iniziativa dei racconti, inventata per gioco e adesso in piena fase di decollo proprio su Intramel... ma questa è un'altra storia.

Ma lasciamo la parola a Chiara (che sadicamente mi diverto a immaginare imbarazzatissima per l'inattesa presentazione)...



buona lettura a tutti voi!



Yako





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Prima puntata - Una traduttrice per caso



Mi definisco, ogni volta che se ne presenta 'occasione, una traduttrice per caso, che è una versione edulcorata di quella che, mi pare, è l'espressione che meglio mi si addice, ossia una traduttrice improvvisata. Per l'esattezza, sono una lettrice che, sfruttando la buona conoscenza di una lingua e la discreta conoscenza di un'altra, ha avuto la faccia tosta di decidere, un giorno, di voler intraprendere questa professione e la fortuna di riuscirci.

La mia lingua è il francese. E quando dico la mia lingua, intendo la lingua che amo, la lingua che, in qualche modo, mi appartiene. E, non è un dettaglio, la lingua che conosco davvero. Eppure, per lo più, traduco dall'inglese, la lingua che sopporto, che tollero ma che, in fondo, detesto.

Dopo la laurea, qualche mese trascorso dentro a un deprimente e prosciugante call center, lo stage all'estero e il ritorno a casa con conseguente corso di formazione in editoria, mi trovai di fronte a quello che, lo sapevo, sarebbe stato il vero problema: cosa fare? Una laurea in lingue offre ben poche opportunità e, del resto, io ero consapevole di non voler più rispondere al telefono solo per prendermi gli insulti gratuiti dei clienti inferociti. Io volevo che nella mia vita, anche in quella professionale, ci fossero i libri.

Iniziai a spedire il mio scarno, anzi scheletrico, curriculum a varie case editrici, proponendomi essenzialmente come lettrice, ma non ebbi fortuna.

Poi mi ricordai di un desiderio che avevo nutrito per qualche tempo, anni prima, quello di tradurre romanzi dal francese. Così tornai all'attacco, proponendomi come traduttrice, senza maggiore successo.

Ma sono testarda. Avevo deciso che avrei fatto la traduttrice e ci sarei riuscita.

Cominciai a frequentare comunità come Proz, Biblit e Langit. Iniziai a tradurre, da volontaria, per alcune associazioni senza scopo di lucro.

Nel frattempo, tempestavo le agenzie di cv e, nel giro di qualche tempo, ottenni il mio primo lavoro. Non era nemmeno una traduzione, ma una trascrizione fonetica di una lista infinita di parole italiane. E così, diventai una traduttrice "tecnica", anche se non mi piace molto

L'aggettivo, visto che non ho mai tradotto niente di particolarmente tecnico perché, pur con tutta la buona volontà del mondo, non ne sarei nemmeno capace.

Ovviamente non ero soddisfatta, e non perché tradurre comunicati stampa, opuscoli pubblicitari, siti web e che più ne ha più ne metta, non sia un'attività più che degna. Solo, non era quello che volevo fare. Non esattamente. Io volevo tradurre romanzi. E, addirittura, dal francese.

Capii che avevo sbagliato, se non tutto, comunque molto. Così ritornai ancora una volta all'attacco con le case editrici, ma adottando una strategia nuova, più seria. Le famigerate proposte editoriali. Avevo trovato la chiave giusta perché mi si prendesse, almeno minimamente, in considerazione. Quello che non sapevo ancora era che stavo per andare incontro a una cocente delusione.

Ero inciampata su un libro bellissimo. Dopo aver contattato l'autrice e il suo agente ed essermi assicurata che i diritti di traduzione fossero ancora liberi, preparai tutto il materiale, trovando un editore molto interessato. Sembrava fatta: avevamo anche stabilito tariffe e termini di consegna. Solo che poi, fu un altro editore ad aggiudicarselo, a fronte di un'offerta economicamente più vantaggiosa.

Stavo per arrendermi. Non vedevo sbocchi. Credevo di aver esaurito le energie. Ero quasi pronta a farmene una ragione: non avrei mai tradotto romanzi, dovevo accontentarmi delle traduzioni tecniche.



«Then comes what I would now call the pleasure of creativity: the human need to create something meaningful. Quite irrational. Rather than consuming, people really like creating something and presenting it for the admiration of the others. (…) Without this creative passion, I believe we would have none of the beautiful things created in the history period».



«Poi c'è quello che adesso chiamerei il piacere della creatività: il bisogno umano di creare cose significative. Molto irrazionale. La gente preferisce di gran lunga creare cose da offrire all'ammirazione altrui, anziché consumare. (…) Senza la passione creativa, credo che non avremmo nulla delle cose strabilianti create nel periodo della storia».





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Seconda puntata - Un incontro folgorante



Era settembre, l'8 settembre. Lo so perché conservo ancora le e-mail.

Un editore mi rispose. E quel giorno, la mia vita prese una nuova piega. Mi propose la traduzione di un breve romanzo francese, di cui stava trattando i diritti. Non stavo nella pelle. Ma era ancora un progetto in alto mare. Dopo qualche tempo, mi scrisse per dirmi che aveva appena acquisito i diritti di traduzione di un romanzo americano bellissimo. E voleva che lo traducessi io. Non ci potevo credere. Ma ero anche terrorizzata. E così, al di là di ogni logica, gli lanciai una proposta indecente. Gli dissi che, in fondo, non avevo esperienza, non avevo mai tradotto un romanzo e non avevo nemmeno fatto studi specifici e che, quindi, volevo essere messa alla prova, volevo dimostrare di meritare la sua fiducia. Tradussi le prime pagine del romanzo e gliele spedii. Gli piacquero e dopo qualche giorno, la copia del libro mi arrivò a casa.



Ricordo ancora l'emozione, l'euforia, nello scartare il pacco. Dentro, c'era il mio libro. Era un romanzo straordinario, di una bellezza quasi devastante. E difficilissimo, perché era così vivo e vibrante, e pieno di parole ed espressioni che non solo non avevo mai sentito, ma che facevo fatica a trovare su qualsiasi dizionario avessi a disposizione. Mi ci tuffai a capofitto, mi lasciai travolgere e conquistare.



Alternavo la traduzione del romanzo alle traduzioni di routine. Tornare negli USA degli anni '50, ogni volta, era come respirare aria buona. Nel frattempo, parlai all'editore di un libro di cui avevo letto qualcosa mesi prima. Era una romanzo distopico, ambientato in una Londra immaginaria, proiettata in un futuro prossimo ma non troppo. Il protagonista, il ricchissimo Adolphus Hibbert, si era guadagnato un Bonus Berlusconi, innalzandosi così al di sopra della legge. Ma quello che avrebbe dovuto garantirgli una vita di libertà e piaceri sarebbe presto diventato la causa di tutti i suoi problemi. Assoldato come informatore dal Capitano Younce, finiva, però, dall'altra parte della barricata, quella dei sovversivi.



Nel giro di qualche ora, ricevetti una serie di e-mail. Cambiavano le priorità, anzi, cambiava tutto. Voleva quel libro, lo voleva ad ogni costo. Aveva fatto ricerche, perché io gliene avevo accennato in modo molto informale, così, buttandola lì e, insomma, bisognava partire.



La cosa mi prese alla sprovvista. Non avevo segnalato quel libro perché volevo o pensavo di tradurlo. E, invece, tutto si svolse in fretta. Non era un libro per me. Era molto interessante, sì. Aveva un grande, forse grandissimo potenziale. Ma non era nelle mie corde. Io ero ancora immersa negli USA degli anni '50, non me la sentivo di catapultarmi in una Londra del futuro.



E poi, a dirla tutta, avevo paura. Mi ero resa conto, in quel breve lasso di tempo, che il mio approccio alla traduzione letteraria era eccessivo. Io traducevo, sì, ma quello era solo l'aspetto finale, paradossalmente quello più semplice, meno problematico. La traduzione letteraria, per me, era prima di tutto entrare dentro a un libro sconosciuto e, pian piano, fare in modo che diventasse mio. Dovevo immergermi nelle epoche e nei luoghi, per riscriverli. E, allo stesso modo, dovevo essere capace di vedere i gesti, le espressioni dei personaggi, di sentire la loro voce, il loro accento, per dare credibilità alla mia versione. Con il romanzo americano, avevo fatto un lavoro enorme, da quel punto di vista.



Ricominciare? Non mi sentivo pronta. Né ad abbandonare quello, né a riprendere tutto daccapo con l'altro. E c'era di più. C'era che l'autore di quell'altro libro mi incuteva una sorta di timore reverenziale, anzi un timore anche troppo concreto, perché era pure lui un traduttore, dall'italiano all'inglese.



Gli esposi i miei dubbi, tutti, uno dopo l'altro, in modo estremamente sincero. Pensavo che avrebbe fatto spallucce e cercato qualcun altro a cui affidare il lavoro. Ma voleva che fossi proprio io a tradurlo.





«With a BB, you pay no tax, you can bribe whoever you wish, your right to fraudulent business practice goes without saying, you can murder almost with impunity, you can even rape women and bugger boys as long as they or their parents don't have a BB as well. But you cannot endanger the security of the state».



«Con un BB, non si pagano le tasse, si può corrompere chiunque, va da sé che si ha il diritto di condurre affari illeciti, che si possono stuprare le donne e sodomizzare i ragazzi finché anch'essi o i loro genitori non abbiano un BB. Ma non si può mettere a repentaglio la sicurezza dello stato».





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Terza puntata - Io e il BB



Avevo quattro mesi, quattro mesi pieni, per tradurre, rivedere, rileggere. Insomma, in quattro mesi dovevo riscrivere il romanzo in italiano. Quattro mesi sono tanti, per un libro di medie dimensioni, ma io sentivo il fiato sul collo. Perché sono una traduttrice lenta e, soprattutto, perché dovevo riuscire a incastrare il romanzo con le traduzioni ordinarie, con le traduzioni "tecniche".

Sapevo che sarebbe stato massacrante, ma i sacrifici non mi  spaventavano. In quel periodo, in casa editrice si iniziava a preparare la scheda tecnica del libro, c'era da scegliere il titolo. Quello originale era "The Berlusconi Bonus. The First Draft of Adolphus Hibbert's Confession." E dopo lunghe discussioni e confronti, si decise che in italiano sarebbe diventato "2048. Berlusconi Bonus".



Fu un piccolo trauma passare da un romanzo all'altro. Erano talmente diversi, in tutto. Epoche, luoghi, registro. Uno tracimava emozione, l'altro era sempre lucido e razionale, a tratti ferocemente satirico.

Feci fatica ad abituarmi al cambiamento, e non poca. E non fu un passaggio semplice.

Il BB era uno di quei libri che apparentemente non nascondono insidie, né difficoltà mostruose. Era scritto in inglese britannico, ed era già un buon punto di partenza. E, per di più, era quasi del tutto privo di slang. Pensavo che sarebbe stato un lavoro facile facile.

Ma mi sbagliavo.



Il primo grande trauma arrivò al momento dell'autorevisione. Era un disastro, una tragedia. E io ero in preda al panico. La mia traduzione era davvero illeggibile e mi aspettavano giorni di passione e di lavoro titanico, durante i quali  avrei dovuto prendere anche delle decisioni coraggiose, avrei dovuto assumermi la responsabilità di alcune scelte.



If you'll excuse the expression




Adolphus, tornando a casa, trova  il Capitano Younce seduto sul divano del suo soggiorno. Nel dialogo che segue, il Capitano fa riferimento all'esplosione della quale Adolphus era stato testimone, proprio all'inizio del romanzo. E conclude dicendo: «You have to be careful when you go out these days, if you'll excuse the expression».



Inizialmente, avevo tradotto in modo letterale, ma quella chiosa non aveva senso. Era chiaro che, sotto, c'era un gioco di parole, ma quale?



La chiave era il verbo "to go out", nel significato di "uscire" e in quello di "morire". Quello che contava, però, non era rispettare in modo cieco le singole parole, quanto renderne il senso profondo. Mi presi una libertà. Nella versione italiana, il Capitano dice: «In



questi giorni, deve stare attento agli attentati, se mi consente il bisticcio di parole».



Gooks



A un certo punto del romanzo, Adolphus racconta dell'incontro con un reduce di guerra, riportandone il lungo monologo. Parlando di una missione militare, il soldato cita le parole del suo colonnello che definisce "gooks" i pakistani. Sapevo che "gook" era un termine razzista usato per indicare gli asiatici. Ma l'unico termine dispregiativo italiano che mi veniva in mente era "musi gialli" che, chiaramente, non faceva al caso mio. Il vocabolario razzista italiano è, insieme, poco ricco e soprattutto impreciso. Si disprezzano tutti i nordafricani chiamandoli marocchini e tutti i neri chiamandoli turchi. Anche lì, avevo bisogno di un termine che fosse, insieme, dispregiativo e impreciso. E la migliore alternativa, tra le tante possibili, mi sembrò "beduini".





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Quarta puntata - Oltre le parole



 Il New Freedom Party e il New Liberty Party



Nel romanzo, venivano citati spesso due partiti politici: il "New Freedom Party" e il "New Liberty Party". Fu uno degli scogli maggiori, anzi, forse proprio il peggiore, per me.

Il "New Freedom Party" diventò subito, in modo istintivo, il "Nuovo Partito della Libertà". Di conseguenza, si pose subito un altro problema: cosa doveva diventare, invece, il "New Liberty Party"?

"Liberty", per me, significa -esattamente come "freedom"- "libertà".

Pensavo alla Statua della Libertà e mi pareva lapalissiano. La questione, però, non si limitava solo all'aspetto linguistico. I partiti, come dicevo, venivano citati spesso nel romanzo e, trattandosi di un testo con una fortissima connotazione politica, non potevo accontentarmi di una scelta superficiale.



Il BB delineava uno scenario bipolare, il "New Freedom Party" da un lato e il "New Liberty Party" dall'altro, un sistema nel quale i due partiti erano opposti ma, essenzialmente, identici -cosa che, tra l'altro, risultava chiara anche dalla scelta dei nomi originali.

Inizialmente avevo pensato di chiamarli "Nuovo Partito della Libertà" e "Nuovo Partito della Liberazione". La soluzione non piacque affatto all'autore, che suggerì altre possibilità, nessuna delle quali, però, era soddisfacente.

In fase di revisione, io, l'autore e l'editore ci lanciammo in uno sfrenato brainstorming. Ma tutte le proposte venivano regolarmente bocciate. Cominciavo a pensare che non ne saremmo venuti a capo e stavo per convincermi, mio malgrado, che forse avremmo dovuto lasciare quei nomi in inglese.

Ma poi arrivò l'illuminazione.

Il punto cruciale era questo: "freedom" e "liberty" sono sinonimi in inglese, ma in italiano manca un vero e proprio sinonimo di libertà.



Partendo da una mia considerazione (quella secondo cui il Nuovo Partito della Libertà richiamava, seppure in modo velato, la Casa della Libertà), l'editore osservò che, forse, avremmo potuto concentrarci altrove: sulla parola "partito". Così, mi vennero in mente tre possibilità, tutte scaturite da un'idea di base: lasciare perdere la casa, nel senso di non citarla direttamente, ma partire proprio da quella. La prima soluzione, la più neutra, era quella di chiamare i partiti "Dimora della Libertà" e "Rifugio della Libertà"; la seconda, più grottesca, era quella di chiamarli "Baluardo della Libertà" e "Roccaforte della Libertà"; la terza, più calata nella realtà politica italiana, era quella di chiamarli "Alleanza per la Libertà" e "Lega per la Libertà". E così fu.





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Quinta puntata - Tra il desiderio e la realizzazione...



La traduzione c'era. O, per lo meno, c'era il suo scheletro. Dal punto di vista del senso, tutto (o quasi) filava. Ma a me, continuava a sembrare catastrofica. Perché, sentivo, le mancava l'anima.

Mi sembrava pesante, ingessata. Ci passai su dei giorni. Ormai, avevo abbandonato l'originale, perché non si trattava più di traduzione. Mi spostavo, da una stanza all'altra, portandomi dietro i fogli e tutta una serie di accessori complementari: evidenziatori, matite e, soprattutto, la penna rossa.

Vidi le pagine diventare, da bianche e nere, di tutti i colori dell'arcobaleno. Il rosso a tagliare, cancellare, correggere. Il giallo e il verde a evidenziare i punti che non mi convincevano ma per i quali non riuscivo a trovare soluzioni definitive, o accettabili. E poi note, appunti, punti interrogativi, alternative. Di tutto, davvero. Alla fine, ero stremata. La rilessi l'ultima volta. Poteva andare.



C'era ancora qualcosa che non mi convinceva del tutto ma, globalmente, ero abbastanza soddisfatta. Era un lavoro decoroso, per me. Ma niente di più. Eppure sarebbe stato inutile tornarci ancora su, con accanimento, perché sapevo che quello era il massimo, il mio massimo.

E di meglio non avrei potuto fare.

Quando spedii il file all'editore, mi sentii male. Ero terrorizzata. Avevo, più di ogni altra cosa, paura di deluderlo. E non volevo. Mi aveva offerto una (anzi, a dire il vero, ben più di una) possibilità enorme. Mi aveva offerto la possibilità di realizzare un sogno, di tradurre un romanzo.

Mi rispose subito, come sempre. Aveva ricevuto il file, ma andava di fretta. Stava per uscire. Ma, dopo qualche minuto, arrivò un'altra e-mail. Andava davvero di fretta, sì, ma non aveva resistito e aveva iniziato a leggerlo. Ed era più che soddisfatto.

Ero felice, davvero. Fiera, orgogliosa. Ma continuavo ad avere paura. La paura di aver commesso degli errori, di vario genere: dalla semplice dimenticanza di alcune frasi, della totale incomprensione di certi passaggi, del fraintendimento di certe sfumature, dell'eccesso di libertà che mi ero presa per sciogliere alcuni nodi. Non era paura, era panico. Sapevo che qualcuno ci avrebbe messo una pezza, perché la mia traduzione avrebbe dovuto attraversare varie letture, e questo da una parte mi rincuorava. Quello che mi terrorizzava davvero, però, era altro. Era il fatto che una di quelle letture sarebbe toccata all'autore che sarebbe stato il mio primo e spietato revisore (essendo non solo l'autore del romanzo ma, a sua volta, traduttore dall'italiano all'inglese).

Ormai il "mio" 2048. Berlusconi Bonus è un libro come tanti, in mezzo a tanti. Un libro dotato di una vita propria, nel quale c'è sì qualcosa di mio, ma anche di ciascuna delle persone che ci hanno lavorato, insieme a me e dopo di me. E, in qualche modo, sento che non mi appartiene più, un po' come una madre che, dopo aver portato un figlio in grembo per mesi e averlo partorito, sa che quel figlio, presto, le volterà le spalle, andandosene per la sua strada. Chi lo vedrà tra gli scaffali e magari lo comprerà e lo leggerà, non saprà mai quale miracolo abbia fatto sì che la mia prima creatura vedesse la luce.



«Human beings actually enjoy a time-gap between their desire for something and their realisation of it. That's why production is so much likely to bring contentment. (...) With production, on the other hand, gratification is anticipated and that anticipation engages with the perfect idea of the desired object».



«A dire il vero, gli esseri umani si godono l'intervallo di tempo che intercorre tra il desiderio di qualcosa e la sua realizzazione. È per questo che, verosimilmente, la produzione porta appagamento. (...) Nella produzione, invece, la gratificazione è attesa e l'attesa partecipa all'idea perfetta dell'oggetto desiderato».



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Appendice



È stato un piacere, oltre che un onore, scrivere questo Diario per Intramel. L’ho buttato giù proprio dopo aver finito la traduzione (o, forse, mentre ancora la traduzione era in corso – scusate, ma la mia memoria non è proprio limpida ultimamente!) e ci sono tornata su dopo, a distanza di qualche tempo, quando ho avuto il romanzo tra le mani. Ecco perché il racconto è un po’ “emotivo”. E poi è stato il “mio” primo romanzo e, probabilmente, il primo romanzo non si scorda mai…



Ringrazio Yako per averlo ospitato e ringrazio gli Intrameliani per averlo letto. In realtà dovrei ringraziare tanta altra gente, ma rischierei di diventare sentimentale e non mi pare il caso.

Spero di cuore che la mia storia (fortunata e, insieme, fortunosa) possa dare fiducia a chi ha quello stesso sogno nel cassetto. Se ci sono riuscita io…





Vi lascio con una breve presentazione del romanzo e con l’incipit.



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Scheda del libro "2048. Berlusconi Bonus"



Nella Londra del 2048, Adolphus Hibbert è diventato ricco fornendo farmaci e attrezzature ai Trust ospedalieri Super-Risparmio ed è riuscito a guadagnarsi il tanto agognato Bonus Berlusconi (il Premio Plutocratico di Gratitudine Sociale), innalzandosi così al di sopra della legge.

Ma quello che avrebbe dovuto garantirgli una vita di libertà e piaceri diventa, ben presto, la causa di tutti i suoi problemi. Adolphus attira su di sé le attenzioni del Capitano Younce, funzionario dell'Agenzia Centrale di Sorveglianza, e si trova coinvolto contro la sua volontà in una vicenda che ha tutte le caratteristiche delle storie di spionaggio, tra rivoluzionari, complotti, sesso e tradimenti.



In questo romanzo, diretto discendente di quella tradizione che ha il suo esponente più illustre nel George Orwell di 1984, Allan Cameron ci conduce in una società del futuro, immaginaria eppure verosimile, che ha spinto ai limiti estremi i principi del capitalismo liberista: una società interamente consacrata al consumo.



"... una riflessione inquietante sul peggio del nostro presente e, forse, del nostro futuro."

Dalla Postfazione di Alessandro Barbero



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1



The Explosion



"What can I say? They tell me that if I want to get out of here I must first tell my story – confess my sins, as it were. I have to bare my soul. I have to let them inspect and probe the workings of my mind – my poor, confused and rebellious mind. Only then they will decide whether I am ready to be returned to society. I have to start at the beginning, they say, but when I ask them when that was, they are evasive, perhaps even irritated by my inability to make this project mine. They probably want me to start with my tender years and a whole lot of autobiographical crap – psychobabble about why mistreatment as a child led to criminal and antisocial behaviour. That stuff lets both them and me off the hook. Everyone’s a winner. Isn’t that meant to be the secret of our wonderful consumer civilisation?



They are so powerful, so incredibly powerful with their shining buildings, their heavy steps on the corridors, their busyness and above all the secrecy of their purpose. I never know what they are going to do next, but I know there must be a purpose to their seemingly irrational and erratic behaviour. It is true that they leave me alone to write, so they can better judge the sincerity of my confession, but the noise of their bustle and their sudden entrances into my cell seem to clutter my mind and leave me little room to think. This confession should be a way of letting me think about what I have done, about all those who have suffered because of what I have done and about why I should feel guilty and why I should not. That old chestnut – the oldest of chestnuts: do I regret anything? Would I just do it all over again? Did I corrupt or was I corrupted and so on."





1



L’esplosione



"Cosa posso dire? Mi spiegano che se voglio uscire fuori di qui, devo prima raccontare la mia storia, confessare i miei peccati, per così dire. Devo mettere a nudo l’anima. Devo lasciare che ispezionino ed esplorino i meccanismi della mia mente, la mia povera mente confusa e ribelle. Solo allora decideranno se sono pronto per essere restituito alla società. Devo cominciare dall’inizio, dicono, ma quando chiedo quale sia l’inizio, sono evasivi, forse perfino irritati dall’incapacità di far mio questo progetto. Probabilmente vogliono che cominci dall’infanzia e da quelle baggianate autobiografiche, con paroloni da strizzacervelli sul perché i maltrattamenti ricevuti da bambino siano sfociati in un comportamento criminale e antisociale. Questa roba scagiona sia me che loro. Siamo tutti vincitori. Non è questo il segreto della nostra meravigliosa civiltà dei consumi?



Sono così potenti, così incredibilmente potenti, con i loro edifici splendenti, i loro passi pesanti per i corridoi, la loro operosità e, soprattutto, la segretezza del loro fine. Non so mai quale sarà la mossa successiva, ma sono certo che il loro comportamento apparentemente irrazionale e strambo deve avere un fine. È vero che mi lasciano da solo a scrivere, in modo che possano giudicare meglio la sincerità della mia confessione, ma il trambusto del loro viavai e le improvvise irruzioni nella mia cella mi scombussolano le idee e mi impediscono di pensare. Questa confessione dovrebbe farmi riflettere su ciò che ho fatto, su tutti quelli che hanno sofferto a causa di ciò che ho fatto, sul perché dovrei e non dovrei sentirmi in colpa. Il solito vecchio ritornello, il più vecchio e trito dei ritornelli: c’è qualcosa di cui mi pento? Rifarei tutto daccapo? Ho corrotto o sono stato corrotto? Vittima o carnefice? E così via."



Cliccate qui per scaricare dal sito di Azimut il primo capitolo del romanzo in formato .pdf.







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Il diario di Intramel è aperto a tutti!

hai anche tu una traduzione da raccontare?

fai la tua proposta a intramel_box@yahoo.it

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Postato da: intramel a 16:18 | link | commenti (1) |



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